Anathema – Eternity

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Un sogno. Potrebbe semplicemente definirsi così questo “Eternity”, una riflessione sul tempo e sull’universo, sull’amore, la vita e la morte da parte degli Anathema, che riescono a raggiungere incomparabili momenti di poesia.
Un album che segue proprio quel capolavoro a nome “The Silent Enigma” discostandosene in maniera netta e significativa, pagando tributo a gruppi come i Pink Floyd o altri campioni del progressive albionico.
Un gothic dalle forte tinte progressive che fa leva soprattutto sulla melodia, un album luminosissimo, sentimentale e toccante, in cui musica e lyrics s’incrociano creando più di un episodio sinceramente commovente, a partire dalla strumentale “Sentient”, un pezzo in cui pianoforte e chitarra sembrano quasi parlare, alla ricerca della musica dell’infinito. In “Angelica” le chitarre sprigionano tutta l’influenza progressive generando assieme alle tastiere e alla voce di Vincent Cavanagh – che ha definitivamente abbandonato il growl – un’atmosfera a dir poco celestiale. Un appiglio più aggressivo lo ritroviamo in “The Beloved”, un’aggressività che però non rinuncia certo all’atmosfera dolcemente malinconica, conclusa da un pregevolissimo assolo che ci introduce nella prima parte di “Eternity”, la suite portante dell’album, un pezzo prettamente gothic metal che anticipa quello che faranno in album successivi come “Alternative 4”, seguito immediatamente da “Eternity part II”, una quasi strumentale dal suono crepuscolare tutta basso e chitarra, che sfuma lentamente in un’atmosfera ambient e subito nella successiva “Hope”, riuscitissima e intensa cover di un pezzo dell’inglese Roy Harper e David Gilmour (il cui stile influenza un po’ tutte le chitarre dell’album).
“Suicide veil” è l’episodio catartico dell’album, un pezzo lentissimo e minimale che vuole essere il momento “nero” dell’album, il momento della disperazione, quello dell’urlo più disperato di Vincent per sfociare nell’eterea “Radiance”, pezzo alle soglie dell’ambient che riprende i pezzi atmosferici dei vecchi album, una canzone che tuttavia è un po’ il momento della resurrezione, sancita dall’escalation chitarristica, in cui Vincent e Danny mostrano tutta la loro devozione nei confronti di Gilmour. Note d’organo c’introducono nella romantica “Far away”, il pezzo della definitiva resurrezione. “Eternity part III”, il richiamo più evidente agli stilemi doomish di “The Silent Enigma”. Un basso cupo apre “Cries on the Wind”, un’altra traccia che ancora dal buio cupo procede verso la luce dell’eternità, un’ascesa che non a caso si conclude con un pezzo intitolato “Ascension”, completamente strumentale, concluso da un armonioso e dolcissimo pianoforte.
Ma forse è errato parlare di fine… questa è musica che non può continuare a suonare dentro di noi, una volta finito l’album. Gli Anathema ancora una volta stupiscono, in questo caso forse in misura ancora maggiore, visto come rivoluzionano le loro composizioni dopo quello che già era un capolavoro.
Amanti della musica… fatelo vostro senza esitazione!