Sting – The Dream of the Blue Turtles

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La scomparsa dei Police segnò un grande vuoto presso i fan della mitica band, ma i problemi di Copeland e Summers con Sting erano ormai diventati insanabili per via della dittatura instaurata dal cantante/bassista, ancora oggi sarcasticamente ricordata dagli altri due membri. Il bravo Gordon (questo il suo vero nome per chi non lo sapesse) tuttavia aveva già le idee chiare su come sfondare in campo pop e aveva già composto i primi tune di alcuni pezzi già nel 1984. Ciò che mancava era… la band!
Nel 1985 si recò così a New York in cerca di musicisti adatti al suo progetto: un gruppo di artisti jazz che avesse voglia di suonare pop. Reclutò così Kenny Kirkland (keyboards e prima scelta), Darryl Jones (basso), Branford Marsalis (soprano sax), Omar Hakim (batteria) e infine Janice Pendarvis e Dollette McDonald (entrambe alle backing vocals). Da buon perfezionista, Sting decise di esibirsi in alcuni show presso il piccolo “Ritz club” sempre nella City: suo scopo era “battezzare” e creare un feeling fra i membri che risultasse nell’imminente debut.
La qualità dell’ambiente di lavoro fu tale che nel giro di sole sette settimane erano pronti i demotape per il definitivo miraggio, avvenuto presso “Le Studio” nel Quebec. Fu così concepito “The Dream of the Blue Turtles”, un debut davvero sfolgorante capace di portare il cantante inglese in vetta alle classifiche UK e USA.
Pop sì, ma con molta varietà e una grandissima classe. La prima traccia “If you love somebody set them free” col suo approccio jazz, il suo inconfondibile groove e il mitico sax di Brandon è divenuta uno dei motivi più popolari degli eighties. Ma “The dream of the blue turtles” non è solo questo, ovviamente: c’è “Love is the seventh wave” – altro single di successo – un piacevolissimo e divertito excursus simil reggae, c’è una “Shadows in the rain” che è una vera e propria canzone dei Police, che il gruppo non fece mai in tempo a pubblicare per via dello split. E “Russians”, una canzone che affrontava i problemi della Guerra fredda e sembra volerci portare nell’allora U.R.S.S. paese di cui Sting ricostruisce le atmosfere con un tune ispirato alle musiche tradizionali di quel paese, dando vita ad uno dei suoi pezzi più toccanti mai composti.
Per non parlare delle meravigliose love songs, la seducente “Consider me gone” dal forte taglio soul, la notturna “Moon over Bourbon Street” – mai canzone fu più adatta ad essere ascoltata al chiaro di luna – e la conclusiva “Fortress around your heart”, uno dei momenti più orecchiabili dell’album ma non per questo il meno bello.
Sting supera quindi l’esame a pieni voti, convincendo anche i più scettici, forse con l’eccezione di chi non gli ha perdonato la fine dei Police, ma l’artista inglese ha qui dimostrato tutta la sua maestria ed ispirazione regalando al pubblico un album memorabile per il modo in cui riesce unisce raffinatezza e orecchiabilità, senza presentare il benché minimo calo per tutta la sua durata. E, è bene ripeterlo, un bel “bravo” anche per come ha saputo scegliersi i membri della band, artefici anch’essi di questo stile inconfondibile che caratterizzerà le migliori uscite di Sting negli anni ‘80.
Semplicemente magistrale, un pezzo indimenticabile ed ancora attuale nella musica pop.