Young, Neil – On The Beach

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Che Neil Young sia un personaggio strano e al di sopra delle righe è cosa nota ma onestamente la sua scelta di non ripubblicare su cd On The Beach non l’ho mai capita. Questo è uno dei suoi massimi capolavori e averlo lasciato per così tanto tempo fuori dal mercato è quantomeno bizzarro: Si perché il disco, edito originariamente nel 1974, arriva solo ora a quasi 30 anni di distanza in versione cd. Neil è proprietario dei diritti, come egli stesso ha sempre dichiarato, per cui questa bizzarra decisione è tutta farina del suo sacco. Comunque ora finalmente giustizia è fatta e abbiamo la possibilità di ascoltare questo capolavoro in versione rimasterizzata. Dico subito che la tracklist è quella originale senza nessuna bonus track ma onestamente poco importa. Questi 8 piccoli grandi gioielli bastano e avanzano. On The Beach è il secondo episodio di quella che viene definita la “trilogia del dolore” di Neil Young ( gli altri due sono Times FadeAway,live, e Tonight’s is The Night) e forse il più disperato dei 3. Il tono cupo del lavoro si intuisce fin dalla copertina molto evocativa dello stato d’animo dell’autore e diventa realtà ascoltando i suoni scarni e plumbei, i testi crudi danno una immagine disillusa e triste della società. L’album si apre con “Walk On”, un rock veloce ma decadente, tirato ma dall’animo triste ben sottolineato dalla malinconica steel guitar suonata da Ben Keith e dal drumming di Molina. La steel è un elemento ricorrente del disco, il suono simile ad un pianto è perfetto per queste canzoni così la ritroviamo anche nella tristissima e sognante “(See The Sky) About The Rain” con Neil al wurlitzer. Alla fine della canzone compare un velo di armonica che i credits dell’album dicono esser suona da tal Joe Yankee, in realtà si tratta sempre dello stesso Young sotto pseudonimo, una delle sue tante bizzarrie. Alla batteria troviamo il grandissimo Levon Helm. In “Revolution Blues” al basso compare Rik Danko che da una tocco black e David Crosby alla ritmica. Ne esce una ballata indimenticabile, così struggente e visionaria con un assolo epocale di Neil, uno di quelli che solo lui può fare tanto è spigoloso e rabbioso, una stilettata al cuore e all’anima dell’ascoltatore attonito.” For the Turnstiles” è un country blues scarno e desolante, solo dobro (Keith) e banjo (Young), una song minimale quasi un urlo disperato; splendido apripista per la seguente “Vampire Blues” puntellata da un gelido hammond e dalla improvvise svisate elettriche di Neil il cui canto è sempre più simile ad un lamento strascicato. La title track è una ballata asciutta, arida direi, toni crepuscolari con il wurlitzer (suonato da Graham Nash) appena accennato. Il canto di Neil è come la sabbia portata via dal vento quasi ad esorcizzare i tormenti interiori del canadese che fa poi vibrare le corde della sua chitarra in un solo straziante e straziato, che fa percepire una violenza e una rabbia nascoste, quasi trattenute. “Motion Pictures (For Carrie)” è dedicata alla sua compagna Carrie Sondgress. Alla slide , che fa da splendido controcanto, troviamo Rusty Kershaw. Neil inforca l’armonica dando vita ad una melodia ombrosa e sperduta pervasa di classe cristallina. Il disco si chiude con la monumentale “Ambulance Blues” il pezzo più significativo del album; 9 minuti di una bellezza sconcertante, il violino di Kershaw vola alto sulla melodia notturna segnata dalla chitarra acustica di Neil: la corda bassa è tenuta volutamente molle (soluzione questa ripresa anche in un brano di Greendale) a dare un senso di ancora maggiore buio interiore; l’armonica e il violino si incrociano e subito si separano in un continuo gioco delle parti. Il testo è una dura invettiva contro la politica americana con chiari riferimenti al Watergate. Personalmente ritengo questa canzone una delle migliori di tutto il repertorio del leone canadese, un capolavoro di decadente interiorità.
Qualcuno ha definito questo album come uno degli affreschi musicali più disperati di sempre, poche volte mi è capitato di rimanere così sconcertato dopo l’ascolto di un disco: in queste 8 canzoni c’è tutta l’inquietudine di un’anima allo sbando come era quella di Neil Young nei primi anni ’70: Il canadese ci ha riversato dentro tutto se stesso e il risultato è di una bellezza tremenda.