Giardini di Mirò: GDM not diet

Mea culpa mea culpa mea grandissima culpa, e lo dico non tanto battendo il pugno sul petto, ma la testa contro uno spigolo per tutte le volte che mi sono perso un live dei Giardini di Mirò.
Ammetto infatti che questa era la prima volta che li vedevo dal vivo, e sono rimasto folgorato.
Prima di raccontarvi il live devo assolutamente focalizzare sulla strumentazione: 2 fender limpide ma taglienti, un rickenbaker secco e portante, un synth aiutato da un piccolo mac e soprattutto una batteria ingegnosa: 3 ride, una piccola coppia di piatti (grandi come quelli d’un tamburello) che facevano il lavoro del charleston lasciando libero lo stesso come nuovo piatto. E soprattutto un cono di amplificatore rivolto verso la cassa, attaccato ad essa. Non posso esser certo del suo compito, ma penso che sia un modo per mandare le note del basso all’interno della cassa, in modo che il suo suono diventi come una nota in tonalità bassissima. Geniale!

Ma veniamo al live: i Giardini sono un gruppo travolgente, e i primi ad essere travolti dalla musica sono loro stessi. Diventa addirittura difficile capire se sono i Giardini a comandare le note o le note stesse a impadronirsi dei Giardini. Corrado e la sua chitarra (una Fender tornado se non vado errato) sono tutt’uno, presi nel dividersi tra evocativi rumori e riff che si fondono alla perfezione sul tappeto creato dalla chitarra di Corrado (una Fender Thinline).
E’ lui infatti, assieme alla tastiera e al mac, a creare la giusta rete sonora, le fondamenta supportate dal suono di basso e da una batteria interessante come poche. Già, perché il batterista, Burro , signori e signore, è un fenomeno. Un metronomo umano. Non solo non sbaglia un colpo, ha un tiro bellissimo e carica in una maniera mostruosa (ho visto gente caricare con la bacchetta dietro la schiena, ma mai partire con la mano dietro la nuca) ma ha anche una padronanza dello strumento magnifica, un’abilità nel creare i suoni e nel costruire tempi davvero originale e, quando il gruppo erge muri del suono, che dico muri, veri e propri grattacieli sonori, tripudi di reverb e schiaffi di flanger, e proprio il suo sound a venirne fuori, a dettare legge e far crollare quei grattacieli.

La band stupisce con una scaletta un po’ anomala, che accosta a i pezzi ormai classici (e avere un classico dopo 2 dischi è un risultato non da poco) come Trompso is Ok, a singoli dell’ultimo album (Given Ground, The Swimming Season) e a una dilaniata versione di Heroes di Davi Bowie posta a metà scaletta. Il finale viene affidato a una new start Della Madonna (mi si conceda il francesismo), In cui Corrado affida la chitarra a Raine per andare a infierire con un altro paio di bacchette sulla batteria -come se Burro non bastasse-, che finisce per essere stuprata (no, non è un termine forte messo a caso, e se c’eravate lo sapete) quando anche Corrado passa a colpire i vari ride.
Personalmente m’hanno messo KO. Un finale così maestoso che c’era veramente da non uscire per il bis da quanto era bello… ma vaglielo a spiegare a un pubblico che neanche fanno in tempo ad uscire che già grida “fuori fuori”!!!
E i Giardini accontentano, proponendo come regalo Blood Red bird degli Smog e I Wanna Be Your dog degli Stooges.

Non si può neanche commentare “peccato che non hanno fatto Pet Life Savier”, perché da un live così non ci si poteva veramente aspettare di più!

Ringraziamo per le foto Alessandra Cetto