Burst – Prey On Life

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La commistione tra metal ed hardcore ha fatto, oggettivamente, del bene e del male. Il male sta in tutta quella pletora di gruppetti-fotocopia che scartavetrano gli attributi con il cosiddetto “metalcore”, parola (ab)usata per definire quel metal melodico fortemente svedese con ritornelli melodici e catchy (ma magari…), che alla fine di “core” ha poco poco poco. Alcuni gruppi di cotale filone tirano anche fuori bei dischi, questo va detto, e ogni tanto fa piacere ascoltarli, ma sono davvero pochi sulla totalità delle uscite che infestano il panorama. Il bene, invece, sta in uscite come ad esempio questo Prey On Life. Forse sarebbe più corretto usare il termine metalcore per dischi come quello preso qui in esame: le influenze sono abbastanza palesi, il riffing richiama molto asimmetrie, stoppati, dissonanze e progressioni armoniche tipiche degli Opeth (difatti li hanno accompagnati nell’ultimo tour) sia il death metal scandinavo (ma non in maniera spudorata), alternandosi con parti più vicine all’hardcore e al post-hardcore, senza mai oltrepassare una certa soglia di violenza. La voce è uno scream quasi perenne, adatto al genere, ispirato e sofferto; in alcuni punti si distinguono linee vocali decisamente azzeccate. Il disco ha tiro, i pezzi non si dilungano mai più del necessario e momenti più riflessivi e “liquidi” decorano le canzoni con piacevoli arpeggi dal vago sapore pinkfloydiano; la rilassatissima strumentale “Fourth Sun” in bilico tra i suddetti Pink Floyd e il post-rock di Explosions in the Sky & company spezza perfettamente il ritmo proprio quando ce n’ è più bisogno, suggellando una prima metà di disco composta praticamente da tutti pezzi sopra la media, e preparando ad una seconda parte leggermente inferiore ma comunque buona. A parte le prime due stupende tracce pressoché perfette si segnalano “Rain”, un pezzo tutto sommato semplice, costruito su una linea di basso che però viene esaltata al meglio con un ottimo arrangiamento; la successiva “The Foe Sublime”, che gioca su armonie tipiche di un certo metal melodico scandinavo; “Vortex”, basata su azzeccati cambi di tempo e ritmi sincopati, perfetto accompagnamento per il cantato di Linus Jägerskog. La conclusione è affidata ad “Epidemic”, outro strumentale che gioca a riprendere il tema della prima traccia sporcandolo con campionamenti di batteria, voce, qualche rumore e eterei accenni pianistici. Un plauso ai Burst per la freschezza e l’energia che questa uscita si porta dietro, ne consiglio vivamente l’acquisto appena lo beccate in mid-price: una decina di canzoni ben scritte con spontaneità e voglia di trasmettere qualcosa. Ah, dimenticavo: l’artwork di Aaron Turner (prezzemolino!) è bellissimo e azzeccatissimo.