Buried Inside – Chronoclast

Acquista: Data di Uscita: Etichetta: Sito: Voto: (da 1 a 5)

L’intellettualismo sfrenato è approdato da tempo anche nella scena hardcore e post-core: dopo aver creato orde di quindicenni metallari alla ricerca del senso della vita studiando minuziosamente i testi di Nevermore e Solefald ecco che finalmente anche i quindicenni più hardcore potranno sfogare le loro turbe adolescenziali spargendo fiumi di amare lacrime su questo concept album dedicato al tempo. Il tempo che scorre inesorabile, il tempo come religione consumista, il tempo come ideologia, il tempo delle mele, eccetera eccetera. A parte il lato “concettuale” dell’album in esame, in questi 39 minuti c’è una tale furia e una tale tensione che probabilmente Chronoclast è, nel suo ambito, il disco più bello dell’anno 2004. Continui passaggi tra serpeggianti spirali strumentali a-la-Neurosis e bordate di violenza esagerata con un Michel Godbout alla batteria che definire umano è difficile, il vero punto di forza dei Buried Inside sono le chitarre, decisamente particolari, capaci di dirigere ogni composizione verso atmosfere sempre nuove senza però passare troppo in primo piano rispetto al resto. Intelligente e azzeccata l’idea di non usare elettronica sostituendola con lo sporadico inserimento di strumenti a corde (vedi “Reintroduction”, due minuti di claustrofobica e tesissima preparazione alla disperata e convulsa “Time As Abjection”). Decisamente riuscita anche l’accoppiata “Time as a Surrogate Religion” – “Time as Imperialism”, con un semplice ma efficace giro di basso a legare le due composizioni. Non c’è comunque una canzone nettamente superiore alle altre, il disco è abbastanza omogeneo, non dura abbastanza da annoiare ma neanche troppo poco da volerne ancora. Decisamente poco acclamati, forse un po’ ostici ad un primo impatto, fortemente consigliati. E chi se ne frega dell’intellettualismo.