Zita Swoon – Big city

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Stef K. Carlens è in mezzo a due coriste, e se ne bea. Questo pressappoco è il senso intero del progetto Zita Swoon, cui fa capo l’ex folle mente dei dEUS (o meglio, l’ex dEUS, ancora folle mente) Carlens. Alla sua corte, oltre alle due voci black, concorrono percussioni africane e pianole jazz, elementi rock & funk ed influenze dalla canzone americana nera, della canzone americana bianca e udite! udite! della canzone francese: sulla carta, la rockband perfetta, così smarcata (geograficamente e stilisticamente) dai cliches anglosassoni da poter essere quasi originale. In “Big city” gli Zita muovono benino i primi passi, lasciando la ribalta al Sacro Belga che, ammiccante, gigioneggia sui mid tempo d’apertura fino al picco funky di “Everything is not the Same”. Poi l’(ab)uso della lingua inglese, lo porta alla deriva dylanesca del songwrinting: che, fosse soltanto per la cover di “series Of Dreams” vabbè! Ma l’ex dEUS si dilunga con il suo ultimo pallino per una buona metà del disco, con costruzioni tanto certosine quanto noiose, proprie dello stile del più recente e ammorbante Zimmerman. Garba assai di più quando ironizza sul fare sensualone di certi fumosi chanconniers frRrancaises, al completo di spassosi luoghi comuni da cartolina ( “L’opaque paradis”) che innalzano il cuore dell’album rispetto a tutto il resto. Per la chiusa, invece, una sezione ritmica che dal vivo farebbe paura è lasciata delittuosamente a prender polvere, rimandando ai tempi in cui batteva davvero come ad un lontano ricordo, e lasciando a noi tutti un amaro quesito: per Carlens, la Vita è ancora un Santuario del Sesso?