Bourde-aux – Radio Motel

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Ci sono cliché e ci sono modi per aggirarli vista l’impossibilità di abbatterli. Uno dei cliché imperanti nella musica italiana di oggi (ma già presente da qualche anno, purtroppo) è quella sorta di alternative rock che prende le radici dai gruppi più in vista degli anni novanta (Afterhours, Marlene Kuntz su tutti… sì esatto, i soliti nomi e già questa cosa dovrebbe far pensare). Un metodo di uscita dalla più piatta e pedissequa messa in campo dei soliti elementi che rendono un disco trito e ritrito è cercare di aumentare la dose di citazionismo cosicché la soluzione finale sia sovrasatura e perlomeno dimostri di avere una certa propria peculiarità. È così che hanno fatto i Borde-aux, aggiungendo al suono e alle tipicità testuali alla Manuel Agnelli (Televisione) e ad un certo spleen decadente alla Cristiano Godano (e a rimandi musicali “catartici” come in L’inibizione di Iaborit e Vertigine) una forte dose di strascichi vocali alla Moltheni (Il grande freddo o Contro di me), melodie alla Samuel Romano e Max Casacci (Inganni), piacevolezze compositive e arrangiamenti come echi degli Scisma (6 [sei]) e alcune peculiari timbriche noir. E se non trascendentali, beh, le loro canzoni alla fine si fanno ascoltare bene, Gennaio non mi vuole bene, Io non torno e le grandi fascinose dilatazioni di Radio punk motel su tutte. Almeno è un ottimo inizio, la personalità però deve venir sviluppata così come un po’ di maturità compositiva (magari evitando frasi del tipo “Il tempo è uno scarico del cesso che mi succhia la vita” o brutture simili da rabbrividire, perché magari qualcuno potrebbe pensare che la frase bene in vista sotto il cd “forse è meglio non parlare” sia una verità da imporre).