Yann Tiersen – 15 Luglio 2010 (Villa Ada – Roma)

Attitudine e visuals: Niente ammennicoli, fisarmoniche, carillion o cianfrusaglie suoneggianti sul palco, come invece si potrebbe aspettare dal musichiere del poetismo pop europeo. Vari synth, varie macchine, tastiere ma soprattutto chitarre, tenute a livello inguinale e occhi fissi sulle scarpe. Tutto molto forzatamente casual, a cominciare da jeans e magliette. Set decisamente rock anche se votato all’immaginifico. Qualche spruzzata di fumo e luci che stancamente accompagnano lo sdraiarsi dei suoni sul palco. Quattro pupazzetti tiepidi intorno a lui: Mister Amelie.

Audio: Il posto è grande, laghetto di Villa Ada, acustica non facile, ma dignitosa che accontenta quasi tutti. Peccato che bastano un po’ (un bel po’) di chiacchieroni venuti a far scena a voce alta per far zoppicare la fragile atmosfera di energia magica che il nostro e la band evocano. Ora però…il set, come detto, è rock. Partono anche delle belle distorsioni. Hai mandato affanculo l’idea di Yann Tiersen che molti pervenuti avevano. Respect (ma anche no). Però (bestemmia) se parti col distorsore, affondi il pedale, schitarri a manetta io il vibrafono che fa la nenia sotto lo voglio sentire appena appena, non allo stesso livello: è una forzatura che ha un solo significato, ovvero “c’è il vibrafono, sono sempre io, lo sentite eh? Lo sentite?”.

Setlist: Boh. Presentava il nuovo album in uscita. Appena un paio di uscite coatte dal repertorio più folk, totalmente fuori contesto. Pochi brani rimasti impressi. Comunque molto dilatato, molto annacquato, tedioso, incapponito in momenti adolescenziali, poche note e tanta noia. E parlo di una canzone sola, una qualsiasi. Mettetene insieme una quindicina ed ecco il concerto di Yann Tiersen. Un pastrocchio post-rockocò, fuorissimo tempo massimo.

Momento migliore: quando in un perfetto italiano ha detto “si ho sempre voluto fare il rock, ma la mamma mi obbligava a fare solfeggio e imparare umilianti tradizionali bretoni, da piccolo, ma io sognavo Sonic Youth, Flaming Lips e My Bloody Valentine”. Cioè sarebbe stato il momento migliore se fosse successo. Era comunque un evidente sottotesto a tutto il concerto.

Pubblico: tra i peggiori in Roma. Neanche il coraggio di protestare. Passivo, moscio, inconsapevole del proprio strabiliante numero, quasi in imbarazzo nel non capire. I soliti fattoni di Villa Ada che probabilmente stanno lì dal pomeriggio a disfarsi. Un miscuglio indecente di OcchiChiusi, Sinapsi, Giacca e qualche Spilletta strategica. Imperterrite in qualsiasi occasione le specialità della casa: il salto della fila e la vocalità urlante. Molte volte penso che a Roma abbiamo quello che ci meritiamo.

Locura: Il momento più euforico e pazzerello è stato quando Yann Tiersen, per generosità, ha eseguito da solo sul palco con il violino “Sur Le Fil”. Fino a quel momento credevo fosse ancora il gruppo spalla, di Pesaro.

Conclusione: Intendiamoci. La mia non è delusione per non aver trovato il solito Yann Tiersen, quello delle colonne sonore, dei valzerini e degli acquarelli sonori. Ero preparato. Qualche anno fa all’Auditorium di Roma già deluse quanti andarono con queste aspettative. No. Qui il problema è che non è accettabile da un musicista colto e brillante, di intromettersi in una storia che non gli appartiene e soprattutto che non appartiene più a noi da qualche anno. Una musica che amavamo e accettavamo perchè la poteva fare chiunque e chiunque poteva farci sognare. C’era del bello in questo, quando tutti facevamo post rock, tutti amavamo quelle regole semplici per lasciarsi andare ai sogni cinematici. Una musica, oggi possiamo dirlo, dozzinale, che nulla ha a che fare con la nostra stima per la musica di Yann Tiersen.