Marielle V Jakobsons – Star Core

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Il complesso e meraviglioso mondo della musica contemporanea ed elettronica può facilmente diventare una gabbia dalla quale risulta difficile uscire. I Pink Floyd quarant’anni or sono capirono la potenza dell’elettronica e l’altrettanta difficoltà della sua gestione. Quell’elettronica analogica e valvolare che era ancora fatta di cavi, di frequenze e di manopole. Anche in anni recenti le ultime creazioni digitali hanno visto una sempre più diretta interazione con la mano dell’uomo: il reactable è un giocattolo complesso sul quale il musicista crea la sua musica comparativa in diretta, posizionando e ruotando dei dischetti o dei cubetti (ognuno col suo effetto e in reazione all’oggetto più vicino). Björk stessa, dopo aver usufruito in sede live del suddetto giocattolino, ha voluto costruire il proprio Gameleste (uno strumento che è un incrocio fra la celesta e l’asiatico gamelan) per il suo “Biophilia”. Sembra quindi sempre più complessa la costruzione di qualcosa di nuovo, soprattutto se si vuole evitare di cadere nel noise, nelle vibrazioni, nel drone o in qualcosa che tende all’astrazione o al glitch.

Marielle V Jakobsons ha superato questo scoglio costruendo qualcosa di tremendamente affascinante quanto suadente. Il Macro-cymatic è uno strumento musicale visuale presentato al SOMarts Cultural Center di San Francisco nel 2014 e dovrebbe più o meno funzionare così: si scava una vaschetta in un pezzo di legno (il prototipo era in cedro, altre versioni sono state fatte su resina) e vi si mette dell’acqua, questa vaschetta è sorvolata da una corda tesa per obliquo ed è affiancata da un pannello luminoso. La corda viene poi pizzicata e le vibrazioni fanno muovere l’acqua illuminata dai led, le cui increspature creano a loro volta una superficie mobile che rifrange la luce (è come vedere i riflessi dell’acqua agitata del mare). Un sistema di cavi elettrici e connettori mantiene in vibrazione la corda allungando quindi tutta questa reazione di eventi.

Lo strumento è dotato di una macchina fotografica che riprende (in macro) le increspature dell’acqua, le modifica in digitale proiettando su muro una specie di oscillometro liquido – spero davvero di essermi spiegato bene e di non aver frainteso nulla. In caso contrario, spero che queste fonti siano sufficienti a spiegare la questione.

Il rumore di fondo di questo strumento appare come quello di un didgeridoo minimale , meno volgare e gutturale, sul quale si aprono altri strumenti sempre dediti ad un certo tipo di fluidità armonica. La Jakobsons, già polistrumentista, in questo “Star Core” suona flauti, violoncelli e synth; usa un basso fretless perché:  “I tasti sono sempre stati un limite”  e, per la prima volta, canta (anche se pochissimo).

Siamo di fronte ad armonie astratte ma avvolgenti, ed il fatto che tutto passi attraverso l’acqua trasforma il suono digitale in qualcosa di morbido, soporifero: come in un immerso e rassicurante liquido amniotico. Stilisticamente “White Spark” può ricordare gli Aun o i White Hex – con le loro frequenze medio-alte completamente azzerate –, i Dead Can Dance senza la componente etnica, i Cocteau Twins senza quella siderale. Un incontro minimale e desaturato fra Lisa Gerrard e Björk.

Dalla seconda “Star Core” la voce sparisce e siamo immersi in una breve trance; piccole immersioni di cinque-sei minuti che vanno a scontrarsi con le lunghe suite noisedrone alle quali l’ascoltatore è di norma abituato. Qui e in “Rising Light” curiose oscillazioni di violino toccano le stesse note di “The Cutter” degli Echo & the Bunnymen: è solo una coincidenza oppure vengono rimembrate le freddi ma candide valli di “Porcupine”?

Così, con la successiva “The Beginning is the End” i flauti diventano le linee portanti, mentre degli aliti di voce si mascherano da fievoli apparizioni di sintetizzatore. “Undone” è forse l’unico momento davvero cupo sul quale le vibrazioni dello strumento innovatore si mescolano con le frasi della cantante: sempre mono-tono, sussurrate e sussultate. In chiusura del brano, la notte sembra rischiararsi grazie ad un minimale arpeggiatore glitch, capace di suggerire quei riverberi acquatici provenienti dalla stimolazione a led.

Oscura ma allo stesso tempo rassicurante anche “The Sinking in the Sky”, dove i violoncelli ci accompagnano in una notte stellata, buia ma senza pericoli. “Star Core è un ritorno allo stadio fetale, una tabula rasa nella nostra concezione di un mondo fatto di pericoli, una lunga sequenza di panorami astratti privi di dettagli, un magma primigenio nel quale i sentimenti non si sono ancora formati; insomma, un’efficiente colonna sonora per l’approccio ad un’esistenza che è ancora piena di sogni e priva di incubi.

Data:
Album:
Marielle V Jakobsons - Star Core
Voto:
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