Slowdive: il ritorno dei ragazzi di ieri

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Ma se n’erano veramente andati? Boh! La prima vita degli Slowdive si era conclusa nel 1995, dopo sei anni di lavoro bello intenso e qualitativamente immenso. Tre album, cinque e.p, tanto per focalizzarsi sulle uscite principali. Poi lo scioglimento, un sacco di problemi (erano giovani, giovanissimi i ragazzi all’epoca). Si è letto di manager cattivi, di impresari maneggioni col vizio di sfilare i quattrini dalle tasche (dalle casse) dei musicisti sprovveduti. Una fine ingloriosa ed ingiusta per questi angelici frangettoni di Reading che avevano licenziato lavori come “Just for a day” nel 1991 (l’esordio sulla lunga distanza, shoegaze impressionista e impressionante per la perfetta mistura di rumore e dolcezza), “Souvlaki” nel 1993 (il disco dove la proposta musicale si è diversificata, sia per le dinamiche più cangianti, sia per la scrittura ora più bozzettistica, ora più vicina alla canzone pop, con lo zampino qui e là di Brian Eno).

Nel 1995 è stato il turno di “Pygmalion”, l’atto conclusivo. Il disco post-shoegaze e post-Slowdive (in sella erano rimasti ormai solo Neil Halstead e Rachel Goswell). Disco di sperimentazione e di svuotamento (“Crazy for you”, “Rutti”). Trampolino per Neil e Rachel (autore principale lui, entrambi alle voci e alle chitarre degli Slowdive) verso i Mojave 3 e verso altre avventure (soliste). Ma torniamo al quesito iniziale: se n’erano veramente andati? Negli anni, a dire il vero, il loro culto si è accresciuto. Merito di internet. Ma anche dello splendido cinema di Gregg Araki che li ha inzeppati dappetutto nella sua filmografia. Infatti “Doom Generation” (1995) si conclude malinconico sulle note di “Blue skied an’ clear” da “Pygmalion” (dopo un’orgia di violenza con annessa evirazione del protagonista James Duval).

Poi Il film successivo “Nowhere” si apre con James Duval che il pistolino l’ha ritrovato e si smanetta nella doccia. Con sotto le note di “Avalyn II”.  Anche il capolavoro “Mysterious Skin” si apre con un loro brano. Stavolta però si tratta della cover di “Golden Hair” di Syd Barret, col testo tratto da una poesia di James Joyce (mica cazzi insomma). E alla fine son tornati. Prima dal vivo. E anche in Italia. Tre estati fa li abbiamo visti allo Sherwood di Padova (c’era gente che piangeva). L’estate dopo li abbiamo visti ad Azzano Decimo (si schiattava dal freddo, ma c’era gente che piangeva uguale). Adesso il nuovo album è sempre più vicino. E questo nuovo pezzo, uscito da pochissime ore, e che risponde al titolo di “Star Roving”, non sa di minestra riscaldata. E quindi ci ha aperto lo stomaco.

Non hanno più vent’anni, tengono famiglia. Vivono chi da una parte chi da un’altra. Hanno tutti altri progetti (alcuni andati egregiamente in porto, vedi i Minor Victories di Rachel Goswell). Ma diavolo, a sentirli oggi, sembrano ancora i ragazzi di ieri. Vuoi vedere che forse stavolta l’incantesimo riesce?