Furia, ipnotismo e amore: una serata al Bronson Recordings Festival

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Che la Bronson Recordings si stia lentamente consolidando grazie ad uno scouting intelligente votato alla ricerca delle migliori formazioni Rock del territorio (Romagnolo e non) é oramai cosa nota. Da quella corona a sei punte che furono i primi 7″ – su tutti quel “Twin Peaks” a firma Ronin (Ndr) –, all’ultima fatica firmata Micah P, Hinson sono passati nel frattempo sei anni: a riprova del fatto che le cose in casa Bronson si fanno seguendo una logica, e soprattutto un’estetica. Non solo nuove realtà autoctone però, anzi, come dimostrato dallo strepitoso esordio di Massimo Usai Aka Confrontational il solco concettuale alla base delle scelte in oggetto è bello profondo. Un Massimo Usai che dovrà però arrendersi a quei 40 gradi corporei capaci di stendere un bufalo, mancando l’appuntamento – scuse addolorate del performer sardo ed esperienza rimandata (e noi ci saremo).

Il dance floor del locale ravennate si presenta fin da subito popolato dagli appassionati che negli anni hanno potuto beneficiare di una serie di concerti da leccarsi i baffi – a cui nel mese di Gennaio seguiranno quelli di: Ovo, Marlene Kuntz e Cosmo –, incuriositi dalla misteriosa presenza in apertura dei fantomatici ELM. Solo una cassetta all’attivo per la band cuneese, con un full length di debutto in programma per la primavera.

ELM come sintesi scritta (ricordate gli Helmet?) e concettuale di un mood che negli anni ’90 incendiò le orecchie dei fan di Unsane e Shellac. Sul palco, capitanati da un funambolico frontman, danno l’impressione di poter tranquillamente gareggiare con le band portabandiera del genere fra lo sbigottimento dei presenti. Un tiro pauroso, coadiuvato da una duttilità di genere inedita per una band nostrana; nient’altro che bordate Rock’n’roll incastonate su macigni Math e cesellate da un lieve soffio psichedelico. Non stiamo nella pelle pensando a cosa possa essere il loro debutto. Folgoranti.

Le birre corrono – beviamo delle To Øl – First Frontier, mica Dreher – mentre sul palco si appresta a salire una delle band Stoner/Psych che più ci ha emozionato nel 2016 – e finita anche nella nostra Top 50 Italia. Parliamo dei forlivesi Istvan che, forti del proprio esordio omonimo, stendono un tappeto di sonorità ipnotiche regalandoci splendide allucinazioni desertiche. Un processo (Live come su disco) in grado di accompagnare l’ascoltatore attraverso le bollenti sabbie del Mojave per poi lanciarlo nelle gelide profondità di un cosmo ignoto. Giovanissimi (poco più che ventenni) amalgamano la loro proposta pescando a piene mani dal trittico: Earth, Black Sabbath, Slint. Il loro disco d’esordio possiede una copertina fantastica ed il vinile verde smeraldo, non so se ne sono rimaste copie, ma lo trovate qui.

In chiusura arrivano i cesenati Sunday Morning, anch’essi in promozione del loro recente “Let It Burn“. Qui, sono chiaramente i beniamini. Con il nuovo lavoro, la band capitanata da Andrea Cola scolpisce nuovamente il proprio sound alla ricerca di un’essenza non lontana dall’essere raggiunta. Sicuramente diverso dall’ottimo Instant Lovers, il nuovo lavoro si spoglia in parte di quella velata patina Indie, per andare ad approfondire tutte quelle influenze portanti solo accennate nel disco precedente. La performance ci restituisce una band corroborante, lasciando intravedere anche una crescente personalità nell’interazione con il pubblico ed il perimetro adibito all’esecuzione – forse un’esibizione più disinibita nei momenti di maggior intensità non farebbe male all’economia dello spettacolo, qualcosa che alzi la cifra e l’impatto smaccatamente Rock di certi passaggi: ma stiamo parlando di inezie suggerite con amore da chi li vorrebbe vedere raggiungere il plauso unanime, e non solo a livello nazionale (Ndr). Lo stesso bagno di rispetto e amore sincero che ricevono giustamente dai propri fan. Dai Sunday Morning del resto ci si aspetta il massimo e si viene sempre ripagati con gli interessi.