Sanremo is THE paradigma

sanremo-getty-12171

Sanremo is THE paradigma

Giusto o sbagliato, che lo vogliamo oppure no, Sanremo resta un paradigma. Perché Sanremo è Sanremo, e mai uno stupido gingle fu più azzeccato di questo. Forse altri come me – che guardo Sanremo fin da quando sono piccola, quando le canzoni belle le cercavi in televisione o in radio, non su spotify followando quelli che ascoltano la roba “giusta” –, hanno sentito quest’anno la mancanza del famoso stacchetto; sostituito da una “Se telefonando” intonata dal rockeggiante Nek.

Il famoso brano di Mina, reinterpretato sul palco dell’Ariston dallo stesso Nek nell’edizione 2015, suscitò nelle frange estreme dei conservatori alternativi lo stesso sdegno che ha procurato quest’anno l’esibizione di Tiziano Ferro; lanciato con tutto se stesso nello “stupro” (ogni operazione chiamata cover lo è) premeditato della celebre canzone di TencoMi sono innamorato di te” – in un bianco e nero contemporaneo e occhio di bue state of mind. Mentre il primo (Ferro) non ha mai partecipato alla gara sanremese (ma riempie gli stadi), il secondo partecipò a Sanremo nel 1967 con “Ciao, amore ciao”: prima di salire sul palco disse al presentatore (Mike Bongiorno) la frase “Questa è l’ultima volta”, per poi ammazzarsi nel pieno svolgimento della kermesse all’interno sua stanza d’albergo.

Insomma, confrontare le edizioni odierne (e il peso) di Sanremo con quelle risalenti a cinquant’anni fa non aiuta dal punto di vista emotivo: ma anche da quello neuronale. Il gap è troppo ampio e contiene una serie di buchi neri attualmente ancora in espansione; del resto, il disappunto in versione “guerra civile” è noioso e non serve a nessuno. Una cosa è certa: in un paese che vive e parla “per negazione”, Sanremo è Sanremo anche e soprattutto per chi non lo guarda. Che diventano, alla fine, le migliori “spalle” di chi lo guarda. Le distinzioni nette, a volte, sono buone e giuste. La deriva dello sfrangiamento in mille fazioni, immerse in una “battaglia contro la realtà” (a tutti i costi), diventa infine così patetica dal riderci sopra insieme ai Monty Python.

Sanremo the NEW paradigma

L’arena sanremese si presta alla perfezione a questo tipo di fenomeno al quale l’umanità continua a tendere, nei secoli dei secoli. Opinioni su opinioni, in questo specifico caso alla ricerca della canzone d’autore data per morta, la canzone che non c’è più. Una nuova rivoluzione musicale arriverà a far piazza pulita, azzerando tutto questo groviglio? Mentre aspettiamo gli alieni, a Sanremo la rivoluzione controllata (e tanto attesa) prende la forma di Maria De Filippi che con la sua figura sobria, disinvolta, e il suo mono-tono vocale, prova a mettere d’accordo tutti introducendo l’elemento “sociale” al posto della bellezza fine a se stessa.

Anche lo svecchiamento del classico format ha il suo prezzo, quindi addio all’erotismo soffuso di una Laetitia Casta, e addio all’amore emanato dalle tette della Ferilli. Tanto di presenze e canzoni anche solo vagamente conturbanti non vi è traccia da 10 anni almeno; spezzo solo una lancia in favore di Arisa in grembiule (era il 2009) con la spallina del vestito nero che scivola sul braccio, promotrice di un brano candido in netto contrasto col rossetto rosso fuoco – un immaginario da youporn, a pensarci bene. Di canzoni d’amore classiche (?) nemmeno l’ombra.

Sanremo the SOCIAL paradigma

È stato Maurizio Costanzo in collegamento con l’Arena di Giletti a decretare che il tema “sociale” avrebbe rappresentato il nuovo topic rivoluzionario di questo Sanremo. A lui non gli frega nulla se Robbie Williams ha baciato Maria davanti a milioni di persone. Se non è amore allora sarà per forza social. Sennò di cosa si scrive? Se dovesse poi essere la canzone sociale a rinvigorire gli animi e a ridare serietà al festival, almeno due domande sono d’obbligo: qualcuno di voi canticchia ancora “Signor tenente” di Faletti? – nemmeno Marco Masini nella serata delle cover è riuscito a riproporre degnamente questa“canzone”. Il melodramma abbandona così il territorio dell’amore e non trova più casa nelle canzoni della kermesse, il che non è un male: i cantanti però sono in netta difficoltà. Me li immagino nei mesi che precedono il festival ragionare con gli autori: scegliamo di regalare perle ai porci o facciamo una canzone da pacca sulla spalla? Ricordiamoci che l’obiettivo di chi partecipa al festival è vincere barcamenandosi in uno di quei buchi neri (di cui sopra) che si è generato tra il nazional popolare trasmesso dalla tv e la musica indipendente: consolidata come concetto e che oggi diventa progressivamente la parodia di se stessa, ovvero un paradigma rovesciato  – che sempre paradigma è.

Sul pubblico questo ha un effetto devastante, come anche devastante è stata in effetti la visione da casa del pubblico seduto al teatro Ariston che si alza per ballare con Ricky Martin e poi ripetutamente durante le serate quando avverte aria di musica da discoteca o un clima da balli di gruppo. Il pubblico da casa si divide come il Mar Rosso, con spargimento di sangue: schieramenti soggettivi che nascono da giudizi senza troppa cognizione. Ma la musica è anche questo, in fondo, qualcuno potrebbe obiettare. Sì certo, ma è masochistico considerare Sanremo senza avere cognizione del campo da gioco in cui si sta giocando in quel momento. È come se l’arbitro di Milan-Juventus urlasse in campo “game, set, match” perché lui a casa preferisce guardare il tennis, è un fan di Federer e legge David Foster Wallace.

Esiste dunque una fazione che non ha più voglia di ascoltare questa musica leggera ma invece di sparire nel mistero del colore delle cose interviene con strumenti tipici della nostra epoca: il flame a suon di “raddrizziamo la questione” o la variante “cinismo sfiancante”. Se Tenco cantasse oggi “Ciao amore ciao” verrebbe fatto fuori direttamente dalla platea, forse. Dubito che potrebbe vincere, farebbe comunque l’effetto di un “ragazzo fuori”, per citare il rapper Clementino che per esempio ha scelto – prendendosene la responsabilità, voglio sperare – di portare sul palco dell’Ariston storie di disagio giovanile, direttamente dalla strada e dal ghetto. Storie di ragazzi fuori.

Sanremo is the POP paradigma

Il passaggio dalla canzone d’autore al Pop non poteva essere indolore. Ve lo ricordate Francesco Salvi che canta “c’è una macchina qua devi metterla là”? Era il 1988, a Sanremo stravinceva Massimo Ranieri con “Perdere l’amore“. Tra gli ospiti stranieri i New Order, così tanto per dire, alla faccia del melting pot. Mi immagino oggi una cosa del genere, sarebbe destabilizzante per tutti. Ma per fortuna oggi basta molto meno di questo. Per tornare all’incursione del Pop osceno a Sanremo: Francesco Salvi andrà al festival l’anno dopo con il brano “Esatto!“, arrivando settimo: il festival lo vince quella “Ti lascerò” cantata dal duetto Leali/Oxa. Il brano di Salvi è una specie di “vecchia fattoria” che prende in giro la scarsa qualità della musica leggera in circolazione (e queste cazzo di parole senza senso dentro le canzoni, come direbbe un cantautore contemporaneo).

:

“D’accordo, ma cerchiamo di capirci/Dunque, adesso il cavallo, the horse/Sempre di corsa, d’accordo/Ma cerchiamo di essere chiari, vai/Ma questo qui è un cavallo ad ostacoli/Non ho capito niente/Il cane, the dog, noi siamo amici, vero/Mi raccomando il testo, il testo/Ma non ho capito una parola”

Nel 2017 Francesco Gabbani (chi è? è il vincitore della sezione giovani dello scorso anno), riporta sul palco di Sanremo quella specie di oscenità, che nel frattempo ha assunto la forma più edulcorata del Daniele Silvestri di “Salirò” – Sanremo 2002, con un esilarante balletto in compagnia dell’attore Fabio Ferri, e grande successo di pubblico. A distanza di 2 anni dal brano sanremese “Aria“, canzone impegnata/seria, tema la vita carceraria, Silvestri viene perdonato per la sua leggerezza passata perché trattasi di canzone d’amore e la gente ama le canzoni d’amore. Da sempre.

Nel 2017 è sempre questo il Pop che ritorna, nella sua forma da grave stato di allucinazione, con Francesco Gabbani che incita la gente a suon di “Namastè, Alè” ballando con uno scimmione: la scena rivela in fondo un senso inaspettato, perché oggi anche le signore e i vecchietti seduti in platea vogliono alzarsi a fare il trenino tra le poltroncine del teatro. Eccola qua, la grande bellezza, e tutto questo è semplicemente dialettica della realtà, Hegel docet. E come nell’amore, tra aspettative deluse e il sogno di un’isola d’autore che non c’è, quello che rischiamo di perdere è il presente. Che a volte manifesta una sua perfezione al di fuori di ogni idea di perfezione. Pensateci, alcuni stilemi sanremesi ci sono stati tutti, nella loro perfezione 2017 style:

1) Fiorella Mannoia avrebbe anche potuto ruttare su quel palco, resta comunque Fiorella Mannoia (idolo), data per vincitrice assoluta fin dalla prima sera in quanto Fiorella Mannoia, nonostante lei continui a minacciarci a gesti quando canta.

2) Al Bano ha il suo solito canto perfetto.

3) Lo stereotipo del giovane che cerca di farcela (ideali epigoni di Eros RamazzottiLuis Miguel) é presente nella forma di un Edward mani di forbice aka Ermal Meta (una delle esibizioni più belle a mio parere) o in quella militante di Fabrizio Moro, più bello col giubbotto di pelle la domenica sul palco dell’Arena di Giletti che ingessato nell’eleganza d’obbligo sul palco dell’Ariston.

Sanremo is the IDIOZIA paradigma

Idiozia di questi anni? Ma cosa pensiamo debba essere il festival? Forse qualcosa di “bello e antico” di cui non abbiamo una reale esperienza, e nemmeno un preciso ricordo, solo perché ci sembrerebbe comunque meglio di quello che vediamo? Se anche l’espressione “canzone bella” diventa un paradigma (“questa sì che è una bella canzone!”) beh, si salvi chi può.

Che cosa possiamo permetterci oggi? Forse un Francesco Bianconi che coverizza la canzone vincitrice di questo festival “Occidentali’s karma“, tormentone da molti definito stupido e privo di contenuti, come se stessimo tutti tutto il giorno a cercare contenuti nelle canzoni che sentiamo alla radio in macchina o mentre facciamo la spesa. Sempre lì a porsi il problema di scegliere tra una formalità o una questione di qualità. Che poi non ricordiamo più bene. Che vite faticose. Intanto, durante le serate del festival, il gruppo di ascolto Sanremo Brutali ha dato il meglio. Roba eccelsa, da cultori del forum del Mucchio, che alcuni rimpiangono. Ci siamo amati sulle note della Atzei. W Sanremo allora. Tanto niente dura per sempre, nemmeno la musica.

P.S. L’articolo contiene citazioni non virgolettate di alcune canzoni italiane dedicate all’amore e alla violenza. Si prestavano all’uso, a dimostrazione che l’utilità di una canzone è anche quella di darci le parole giuste per descrivere l’esistente. Non esistono testi di canzoni sbagliati, al massimo esistono testi che non ti vengono mai in mente. Panta Rei.