Abbiamo intervistato Matthew Barnes aka Forest Swords


In occasione della data svolta da Matthew Barnes aka Forest Swords, presso il Locomotiv Club di Bologna, ci è stata concessa una lunga intervista pre concerto che il nostro Andrea Moretti non si è fatto scappare. A compendio alleghiamo la bella gallery fotografica dell’evento a cura di Sabrina Campagna e la recensione dell’ultimo lavoro in studio “Compassion“.

Bene, allora è la tua prima volta qui a Bologna ?

Sì, abbiamo suonato all’Ypsigrock un paio di anni fa ed è stato stupendo, poi un festival a Roma e ora qui.

Non credo di ricordare l’origine del vostro nome, ci spiegate questa scelta?

Nel 2008, dopo essermi licenziato dal mio lavoro iniziai a fare musica un po’ per noia, in camera mia; feci qualche demo e un paio di canzoni. Le ascoltai e cercai un nome che potesse calzare. Trovai queste due parole ed erano perfette.

Quando ascoltai il vostro primo EP, magari influenzato dalla cover, ho ricondotto il vostro nome a qualcosa di orientale, cinese o giapponese; ho pensato anche al film “La Foresta dei Pugnali Volanti”…

Volevo qualcosa di antico e di tradizionale, non so. Sì forse anche quel film ha interagito inconsciamente nella scelta: amo tantissimo i film giapponesi sui samurai e anche i b-movies anni ’70 sullo stile ninja e arti marziali.

Ok, per parlare un po’ del vostro nuovo album, Compassions. Quali sono gli elementi nuovi che sono presenti in questo lavoro rispetto al passato?

Ho realizzato una colonna sonore fra Engravings e Compassions, per fare questo lavoro avevo bisogno di molto spazio e molta pazienza; del resto quando componi delle musiche per un film ci sono delle cose che possono non accettarti, non puoi distrarti e devi restare concentrato, devi sempre avere la musica in testa, un po’ come nella danza contemporanea. È una specie di grande collaborazione; lavori in una stanza da solo, poi con qualcun altro, tendenzialmente sei libero ma allo stesso tempo devi far incastrare musica e immagini. Ho accettato questa sfida perché è una specie di cambio di mentalità, è molto stimolante e hai sempre a che fare con le opinioni di qualcun altro, ti fa cambiare modo di pensare e comporre. Quindi credo che le novità fossero legate al mio bisogno di spazio e tempo per respirare, qualcosa di calmo e di vuoto e il fatto che avrei voluto lottare per ottenerle.

Hai anche composto la colonna sonora di Assassin’s Creed. È stato diverso, immagino, rispetto alla colonna sonora di un film; nei videogiochi c’è molta orchestrazione, pathos.

Sì infatti ricordavo, dalla mia esperienza, che nei videogame ci sono un sacco di parti orchestrali e quando mi hanno chiesto qualcosa di electro-minimal sono quasi rimasto scioccato. Ovviamente è stata una cosa molto divertente, lo rifarei ancora. Mi hanno dato una serie di spunti e di brani che avrei potuto reinterpretare secondo il mio stile. Un sacco di persone ha scoperto la mia musica grazie al videogame ed è stato stupendo.

Forse è una domanda ovvia: ma come nasce un tuo pezzo, la tua musica e il criterio per creare o “rubare” i tuoi sample?

Ragiono un po’ come per una texture, generalmente non prendo mai completamente un sample, ma lo risuono, oppure lo smembro in modo da non farlo sembrare più riconoscibile. Mi piace prendere i cori e riposizionarli. In questo disco ci sono tanti cori che sono stati spezzati, ricollocati e riprodotti al contrario; prendo le sillabe singolarmente e le ricompongo come in un diverso puzzle. E mi piace tantissimo, ci sono molti artisti che fanno questo tipo di composizione come DJ Shadow, ma non mi interessa e mi fa sentire come se li avessi composti io. Mi piace ricontestualizzarli, renderli miei.

Mi hanno ricordato molte cose di Ghost in the Shell.

Oh si, assolutamente! Adoro quel film. Stupendo. Tutta quella colonna sonora nell’introduzione è pazzesca.

Molti si riferiscono a te come qualcosa fra dark-r’n’b, dark-glitch, dark-ambient. Ti rispecchi in questi riferimenti ?

Ma io reputo più “intenso” e c’è molta differenza fra la parola INTENSO e DARK. Non credo che la mia musica sia oscura ma penso abbia delle pesanti atmosfere. Mi piace molto cercare una via di mezzo fra le parole “intensità”, “euforia” e “estasi”, una linea che le colleghi, mentre non mi interessa avere un’atmosfera oscura. Se poi la gente ama comunque queste sensazioni a me va bene.

Sei passato da diverse label ma il tuo primo album è uscito per Tri Angle records, che è un’etichetta con connotati Dark. Come lo vedi il passaggio fra la Tri Angle e la Ninja Tune, label molto più etnica, colorita e cosmopolita ?

Sì, credo che l’album si adatti bene alle atmosfere della Ninja Tune, ho sempre visto questa etichetta come qualcosa di leggendario, come la Warp o simili, e fare uscire un disco sotto la Ninja Tune è stato un grandissimo onore per me. Sono un grandissimo fan degli artisti della Ninja Tune: i The Bug, Coldcut, Cinematic Orchestra… è un’etichetta con una vasta gamma di sonorità, ecco perché ho cambiato label volentieri.

Ho letto che sei particolarmente affascinato dalla linguistica e ho subito pensato che il progetto Forest Swords potesse essere un grande dizionario grazie al quale è possibile ricreare nuove parole prendendo fonemi e suoni dalle varie parti del mondo, per poi rassembrarli in un nuovo linguaggio.

Ooh wow, sì molto interessante. Ho sempre pensato che il linguaggio in generale sia molto limitante perché spesso ti senti in modi e in stati d’animo che comprendi bene ma che non riesci a descrivere o comunicare. E quindi il mio fare musica è un tentativo a spiegare questo relazionarsi, di descrivere queste micro-emozioni che non si possono descrivere o che non puoi spiegare alle altre persone. Ha senso?

Sì sì, credo di aver capito. È come quando hai qualcosa di ben chiaro dentro di te ma non trovi la parola adatta per farlo capire…

Sì esatto, il vocabolo esatto. E sai, il mio suonare dal vivo è come creare una specie di conversazione senza parole; conversare col pubblico attraverso qualcosa di intangibile, e durante i live è come creare delle immagini che poi si susseguono: una conversazione.

Ho anche letto che per te esiste questo nuovo linguaggio creato e modellato sui media; un linguaggio 2.0 con le emoji. Credi che possa essere una nuova via, visto che il linguaggio mediatico universale si relaziona alla lingua inglese, di per sé facile, smart, accessibile?

Mi piace molto il modo in cui comunichiamo ai giorni nostri. Non credo sia qualcosa strettamente connesso alla lingua inglese e gli emoji possono tranquillamente considerarsi degli strumenti neutrali. Qual era quel linguaggio inventato da quei tipi… ah! l’Esperanto (l’esperanto è una lingua artificiale creata alla fine dell’Ottocento con lo scopo di far dialogare, mediante una sorta di linguaggio universale, tutto il mondo – ndr). Ecco, quello è stato un tentativo di creare un mix fra italiano, francese e tedesco usando una serie di lettere e suoni. Ma per me le immagini sono molto più potenti delle parole, sono molto leggibili, ampie ed aperte; possono essere davvero specifiche o di ampia interpretazione.

Ecco, sai che qui in Italia ci sono molte critiche nei confronti dell’utilizzo degli inglesismi, perché ne adottiamo troppi e a sproposito, come “feedback”, “brunch”, “spending review”, fare un “talk” ecc… e i più puristi dicono sia sbagliato perché perdiamo la nostra identità.

Sì diciamo che fino ad un certo punto lo capisco ma il linguaggio è sempre in cambiamento ed ogni linguaggio è cambiato. L’italiano è una lingua che cambia, l’inglese anche. Ci sono delle parole che sono state create per nuovi usi. Credo che essere così protettivi è come mantenere immobili i propri piedi verso una concezione passata. Se il linguaggio si muove velocemente non c’è nulla di sbagliato e credo che tutto ciò abbia un risvolto anche politico: è come se queste persone volessero chiudersi al riparo delle influenze esterne; sai, come il nazionalismo.

La prossima domanda mi viene abbastanza spontanea: abbiamo parlato di linguaggio e di mash-up fra parole, ma cosa ne pensi della Brexit?

Credo che sia un cazzo di disastro. La odio. Non so se sei al corrente di quello che è successo nell’ultimo anno ma, l’intera campagna è stata costruita su menzogne, propaganda e nonsense. La maggior parte delle persone non ha avuto accesso alle notizie reali e purtroppo lo scoprirà solo quando sarà tardi. È un completo disastro e sarà un disastro per la nostra nazione, non solo per i musicisti che esportiamo ma anche per una qualunque band italiana che vorrà venire a suonare in Inghilterra. Sarà tutto molto più difficile e costoso. La odio, spero davvero in un passo indietro. E solo che… no, non so, non saprei quale potrebbe essere la soluzione. Spero che venga trascinata così tanto per le lunghe che perda tutto questo impatto. La cosa sconvolgente è che il 90% dei più giovani sia inorridito dall’Unione Europea. La mia generazione, ma credo anche la tua, sente un’identità europea; abbiamo imparato a viaggiare, abbiamo molti amici europei, ci sono tantissimi europei a Liverpool, la mia città.

Ok, per tornare un attimo indietro sulla questione linguaggio: mi hai fatto venire in mente questo saggio di Jean-Jeacques Rousseau “saggio sulle origini delle lingue”. Lui pensava che le lingue più antiche, perché più complesse da comprendere – ma anche da scrivere, come ad esempio il cinese – fossero più vicine al divino. Credi quindi che abbia fallito?

Ah ah, sì forse sì… oddio non saprei. Il linguaggio ha a che fare con il comunicare, stessa cosa per la musica e la pittura o l’arte in generale. Non credo che esista un linguaggio più puro dell’altro o più bello o interessante. Può esistere un suono più bello o armonioso, come ad esempio per la lingua italiana, ma non uno migliore dell’altro.

So anche che hai conosciuto il tizio che ha inventato il linguaggio “dothraki” di Game of Thrones. Puoi dirci qualcosa di più?

Allora non è che abbia seguito tantissimo Game of Thrones ma sono incappato nel blog di questo tizio e sono rimasto davvero affascinato dalla creazione di questo linguaggio. Ci siamo scambiati delle email perché la linguistica ha dei soggetti davvero complessi, intricati e volevo saperne sempre di più. A volte mi sentivo un idiota solo nel mandargli le email con scritto “dimmi di più di questo e questo…”.

Un’altra cosa sulla questione dell’identità. Per me Forest Swords sta influenzando l’estetica della Ninja Tunes. Secondo te ha senso ancora parlare di identità oggi, nel 2017, e se sì, qual è l’identità di Forest Swords?

Mmm vediamo questa è dura. Molte persone tentano di rinchiuderti in diversi generi e io non mi sento molto all’interno di certi schemi musicali. Diciamo che all’inizio sei in mezzo a qualche genere standard ma poi cresci e trovi la tua strada personale.

L’identità è qualcosa che ti senti all’interno, non riesci a spiegarla ma magari riesci a comunicarla a parole o con gli occhi, perché la scelta di fare il video di “panic” senza mostrare i volti degli attori?

Oddio non è che ci abbia pensato molto a questa scelta. Sicuramente la tua identità, anche composta da tante sfumature è qualcosa di profondo e specifico, non solo come ti mostri e come ti vesti anche se è chiaramente connesso a come sei. Sul fatto del video è che mi piaceva semplicemente utilizzare i corpi come qualcosa che avesse forme diverse, indipendentemente dalla loro bellezza. Prenderle solo per il fatto che esistono. Ho chiamato dei ballerini di danza contemporanea e qualche culturista per mostrare il corpo come una macchina: al di fuori del lato attrattivo o sessuale dovevano solo esistere in diverse forme.

Hai rilasciato due outtakes di Compassions e il video promozionale mostra una maschera, il pezzo mancante…

Ah ahaha, vero. Non ci avevo pensato, forse è stato il mio subconscio. All’inizio della mia carriera non volevo mostrare il mio volto e mi sembrava più naturale perché poi la gente si sarebbe connessa alla mia musica in maniera neutrale: ma la questione della maschera è divertente, non ci avevo proprio pensato.

Questo mi ha anche fatto riflettere su come la Ninja Tune, una label che era prettamente orientata verso la black music, abbia cambiato sonorità ma anche come, in generale, sia cambiata la black music il l’R’n’B e la musica urban. Sei dentro queste sonorità black?

Ma, per me il genere più interessante e in qualche modo “punk” è il grime; è molto eccitante, è un genre che se ne frega delle produzioni, è diretto. Le prime produzioni elettroniche anni ’80 sono state incredibili.

Forse sei uno dei pochissimi artisti rimasti da quel caos che qualche anno fa si chiamava “Witch House”, non so se sia un genere davvero esistito o cosa… tra l’altro, ironia della sorte, è stato un micro-genere che ha creato un suo linguaggio: tipo la @ per la “A” e la ✝ per la “T”.

Sì credo che quel genere non sia davvero mai esistito… è interessante questo tentativo di cambio linguaggio ma non mi sono mai sentito parte del movimento Witch House. Onestamente non so perché abbia avuto quel seguito e che fine abbia fatto. Magari per il prossimo disco userò quei caratteri ASCII per i titoli (ride).

Intendevo, in merito al cambiamento in seno alla black music, se ti piace tipo l’ultimo album di Rihanna, tanto per fare un esempio calzante.

Qual è l’ultimo album? Anti? oh wow, sì lo adoro perché non riesce a stare dentro un genere specifico e ha anche qualcosa di selvaggio in sé. Se lo ascolti, anche “Work“, non possiede alcuna struttura, è un pezzo selvaggio e libero da ogni forma, sexy and dark. L’ho trovato incredibile, anche tutta la produzione dietro al disco. Credo che Rihanna sia la miglior popstar al mondo, ha fatto delle scelte meravigliose per il suo status di popstar.

Un’altra artista che salta continuamente dal mainstream alla sperimentazione è Björk. Come mai hai fatto quel remix di 35 minuti di un suo pezzo?

(ride) No a dir la verità sono 45 minuti. L’ho incontrata anni fa ed è stata carinissima. Abbiamo parlato del fatto che il suo primo disco che comprai fu Homogenic – che per me rimane ancora uno dei più bei dischi di sempre. Poi mi fissai totalmente su Vespertine, perché fu il disco che mi introdusse alla musica elettronica, ai Matmos, Aphex Twin e a tutta la sperimentazione. Lei è stata il portale verso la musica elettronica per me. Quindi ho preso un pezzo del suo ultimo disco, che avevo anche l’abitudine di suonare nel mio tempo libero, e quando ho finito Compassions ho pensato ad un remix davvero lungo perché è una canzone così bella che voglio ascoltarla per tantissimo tempo. Non so neanche se lei lo abbia ascoltato ma spero di sì.

Forest Swords è fondamentalmente un solo-project. Come la vedi questa esperienza live? Vedo che siete in due. Hai mai pensato di ampliare la tua band?

Sì, l’ultimo album ha una concezione molto più “live” rispetto al passato perché volevo qualcosa vicino alla dub music, e non puoi mai ottenere suoni simili dalla musica elettronica e digitale. Volevo un apparato più umano e in sede live è molto più emozionante. Come puoi aver sentito ci sono delle percussioni suonate dal vivo e anche tutti i vari fiati e ottoni. Tutti gli strumenti che senti sul disco sono pensati per essere in futuro eseguiti dal vivo e avessi l’opportunità lo farei.

Ok, se vengo a Liverpool dimmi due o tre posti dove mi porteresti.

Andremmo al Kazimier Garden, una venue molto grande con giardino, spazi per dj-set, ottime birre e d’estate è stupendo. Poi al Grapes pub, perché è leggendario, e poi alla Tate Modern perché amo l’arte: ora c’è una bellissima mostra su Francis Bacon.

Ok dai, 2-3 tracce mainstream che ami. Contemporanee, del passato, quelle che canti sotto la doccia ecc..

Mh… “Needed me” di Rihanna, prima nello spogliatoio cantavo i Tears for Fears ma non ricordo il titolo esatto del pezzo. Aggiungerei quindi “Voyage Voyage” dei Desireless che da noi la passano in continuazione alla radio; e per finire “Big Time Sensuality” di Björk.

Una che ti fa schifo invece?

Ma a dire la verità non credo che ci sia qualcosa che odi veramente. John Peel diceva che se quando ascolti qualcosa e non ti piace è perché c’è qualcosa che non si è sintonizzato fra te e quel brano o quell’album. Però se proprio dovessi sceglierne uno ti direi la Macarena; ecco forse cambierei stazione.

E il tuo pezzo trash preferito?

Ah, do you want to know my favorite guilty pleasure.

Sì quello che ti fa vergognare di te ma non lo ammetteresti mai.

Oh mio Dio ce ne sono tantissimi. “Love is a Battlefield” di Pat Benatar oppure 99 Red Ballon, rigorosamente versione tedesca.