L'Intervista
Raggiungiamo Alessio, batterista dei Jennifer Jentle nel backstage durante il soundcheck, e, parlando del più e del meno il discorso cade sui divani del camerino in classico stile brand new.
E qui ha l’intervista.
Jennifer Gentle: Ah, eravamo impacciati eh?
R: No, anzi è stato un momento acustico molto delicato. Se non sbaglio era la prima volta per voi sul piccolo schermo, come vi siete trovati?
J.G: E’ stata un’esperienza divertente, ci hanno avvisato dell’opportunità di improvvisare una canzone e quindi abbiamo portato l’acustica.
R: Siete passati su brand new pur non avendo ancora un video, ma ho letto che i lavori per il primo video da Valende sono giunti quasi al termine.
J.G: Ne abbiamo uno praticamente pronto, stiamo ancora lavorandoci perché vogliamo migliorarlo in post-produzione, è il video il I do dream you.
R: Ha un concept alla base?
J.G: Sì, un nostro caro amico attore comico ha scritto la sceneggiatura di questo video in cui ci sono una serie di personaggi usciti da un immaginario Horror vecchio stile. E’ proprio per questo che la post-produzione ci sta prendendo tempo, vogliamo tutto in stile anni 20, un bianco e nero tipo Murnau. Questo nostro amico fa uno spettacolo con un pupazzetto, arriva nel paese per esibirsi e c’è una raccolta di personaggi tipici da vecchio luna park, e alla fine dello spettacolo si scopre che non è l’uomo che governa il pupazzetto ma viceversa. (della serie le anteprime di Rocklab sono così anteprime che rovinano anche il gusto della sorpresa! – nota di Vamp).
J.G: Sì il disco è stato registrato solo in 2. Della formazione originaria ci siamo trovati solo io e Marco ad iniziare il disco. Con Nicola avevamo avuto delle divergenze artistiche Mentre Isacco era impegnato nel portare a termine gli studi da medico chirurgo. In realtà questo è un disco che abbiamo curato praticamente solo io e Marco, dalle registrazioni alla produzione.
R: E per quanto riguarda la dimensione live?
J.G: Abbiamo aggiunto un tastierista, poi c’è Francesco al basso,ambedue di Trieste. Alle chitarre si alternano Isacco e Paolo, stasera sarà con noi Paolo. Si alterneranno con noi anche per il tour americano.
R: Cosa ti aspetti da questa “trasferta” negli states?
J.G: eh eh.. Speriamo che vada bene, Mercoledì dovremmo avere i visti dall’ambasciata e poi si parte.
J.G: Si, siamo stati invitati da una radio WMFU di New York..
R: Ecco, ci devi assolutamente raccontare la Maratona Gay Bar e le vostre 6 versioni di questo Trash-cult degli Electric six.
J.G: Niente, Il dj di questa radio era molto appassionato della nostra musica. Ci ha trattato benissimo, ci ha fatto davvero sentire a casa. Siamo stati lì a registrare e giocare almeno 8 ore. In quel periodo lumiera ossessionato da un mp3 del Gay Bar in versione a cappella, l’avremo messa non so quante volte ridendo come deficienti! In più ci ha fatto vedere il video di High Voltage, anche quello [e fa una faccia come da senza parole. Diciamo che è un video al cui confronti i Flaminio Maphia sono Kubrick -ndV]. Ci siamo tenuti in contatto via mail e nel frattempo lui, nella sua radio, aveva creato il tormentone Gay bar finchè la gente non ha incominciato a mandargli foto di gay bar o di loro vestiti come il video e quindi da lì è scattata l’idea della maratona. Non so per quante ore ha messo solo remix e varie versioni, ci ha mandato l’invito anche a noi ma non sappiamo lavorare col computer e quindi ne abbiamo fatto delle versioni nostre, delle cover. Lui delle nostre ne ha trasmesse 3, quella funky, quella hip hop e quella lunge, ma in totale ne abbiamo fatte 6. Forse nel sito della radio troverete qualche mp3, assieme anche al nostro concerto.
R: Parliamo ora dei vostri live, i precedenti show erano poderosi, ricordo un finale esplosivo a Roma l’anno scorso. Quest’album è più acustico, come si presta ai vostri live set?
J.G: Negli altri album era presente qualche pezzo acustico, o per lo meno con la chitarra portante,certo non come in Valende. Stavolta per buona metà del concerto Marco userà solo l’acustica. 3 pezzi sono infatti totalmente acustici. La Scaletta è tutta in progressione, inizia tenue ma finisce come i nostri live set. Siamo molto contenti di riuscire a produrre questo spettacolo, con nuove atmosfere e le chitarre in evidenza.
R: Un po’ come nell’album! Il suono generale è di un acustico vintage…
J.G: Sono contento che tu lo dica perché noi miravamo proprio a quello!
R: Tra l’altro, cosa buffa, c’è un sacco di gente in rete che crede che poiché quest’album è uscito con la sub pop voi siate volati in america ai “ The Sub Pop Music Studios “!!!
J.G: [ride] eheheh, tutti credono che l’etichetta discografica comporti le registrazioni in sede. Abbiamo registrato tutto in casa nostra, o meglio in casa di Marco con un 8 traccie su un pollice, l’A80, lo stesso degli anni 60 e un masterizzatore da un quarto di pollice per il mix finale. Abbiamo usato tutto valvolare, ampli, distorsioni e microfono.
R: Ci sono poi un sacco di suoni che decorano le composizioni, glockspel, chitarre con l’ebow…
J.G:No, le chitarre sono proprio con l’archetto, ci tenevamo. Questa ricerca di suono ci ha sempre caratterizzato, il fatto di registrare a casa ti aiuta anche a trasformare quello che hai attorno in suono.
R: Per vedere come il pubblico ha accolto il vostro album sono andato a cercare Valende su internet, e con mia grande sorpresa i risultati maggiori sono in lingua prima inglese e poi tedesca. L’estero si sta occupando molto di voi.
J.G: Che dire? Ottimo!
J.G:Ci stiamo lavorando, la nostra agenzia di Booking , la DNA, curerà il nostro tour europeo.
R: Anche per quanto riguarda i festival?
J.G: Mah, non so. A dire la verità non so come funzionano I cast dei festival, se sei tu che ti proponi o loro che ti chiamano… in programma c’è l’Inghilterra a giugno e in autunno Francia e Germania.
R: Questo interesse da parte dell’estero per voi mi sembra la giusta ricompensa alla vostra musica.
J.G: beh sì, certo noi non abbiamo suonato pensando agli States. Ma sin dall’inizio ci siamo trovati stretti in Italia, non riuscivamo a entrare nel circuito che c’era, e obbiettivamente non ci interessava neanche molto, abbiamo cercato di guardare all’estero e i primi contatti si sono dimostrati da subito fruttuosi. L’interesse era maggiore sicuramente.
R: In un certo senso è quindi vero che l’attenzione che abbiamo noi italiani verso la nostra musica è minore di come gli stranieri solitamente la considerano?
J.G: Beh, in generale nell’America c’è maggior interesse e minori pregiudizi. Se una cosa è interessante è interessante indipendentemente da dove proviene. Certo il fatto di essere italiani non nego che ci ha aiutato, aggiungeva qualcosa di originale alla nostra immagine. Personalmente ti posso dire che non ci facevamo domande sulla nostra musica. Qua capita di sentirci dire come mai suoniamo “cose così vecchie” o perché la batteria non picchia come la moda richiede. Non è che la batteria non picchia, è semplicemente che nelle nostre composizioni la batteria non deve picchiare. Picchiare perché? Perché lo fanno tutti?
Quando ascoltano il nostro disco capiscono benissimo chi siamo, perché suoniamo così. In generale tengono molto d’occhio la produzione e il perché di quella produzione.
Il Concerto
Dopo i Turnpike glow prendono il palco i Jennifer Gentle. Formazione a 4 in un tripudio di chitarre (stratocaster, fender jaguar e jazzmaster, acustica classica e un’antichissima chitarra che, su due piedi, poteva essere stile fernandez), “gadget sonori” vari (kazoo, diamoniche e richiami per uccelli [?]), basso in stile Hofner, tastiera dedita a suoni psichedelici e, a concludere, batteria povera di tom ma ricca di maracas, campanacci e altre attrezzature per impreziosire il ritmo.
Il pubblico gradisce quest’anima un po’ folk della band, zittendo con secchi “shh!” le ultime file che parlottano e commentano tra loro “quegli strani musicisti catapultati qua dagli anni 60”.
Diciamo che quest’ultima parte del concerto è un po’ discutibile. Quest’improvvisazione Ummagummiana colpisce sulle prime, interessa e incuriosisce ma dopo un po’ inevitabilmente annoia per la mancanza di linee melodiche, stordisce con i valvolari che fondono e “rincoglionisce” un po’, intaccando quello che fino a poco fa era un concerto che viveva in un’armonia artista/pubblico fantastica. Già perché sembra quasi che i Jennifer Gentle hanno, in quest’ultima parte,suonato solo per loro, e per i pochi appassionati fan di Makoto. O forse per Makoto stesso, preso più che mai dal suo strumento. Certo, mi aspettavo un finale del genere da un gruppo come loro una bella jammata acida e tirata (e anzi sarei rimasto deluso del contrario), ma questa chiusura è stata per me davvero troppo.
Figuratevi poi per le mie orecchie, ho vissuto tutto il giorno seguente con un fischio perenne che mi attraversava la testa!