Ne sa qualcosa Brett Anderson che, giorni fa, al Classico Village di Roma ha evocato un effetto malinconia come solo Gianni Morandi che festeggia per la terza volta i suoi 50 anni sa fare. L'età media dei presenti si aggira intorno ai 30 anni, il che, facendo rapide deduzioni, vuol dire che il disco solista di Anderson non se l'è filato nessuno e, se tanto mi da tanto, anche il live fresco d'uscita è passato tra gli scaffali con la stessa indifferenza che hanno le raccolte a basso costo accanto le casse dei supermercati.
Di Fuori piove, il cielo è grigio, l'umore dello stesso Brett non dev'essere un granchè diverso… lo scorgo mentre arrivo ai cancelli, è seduto nel retro di un piccolo minivan, guarda i finestrini con aria persa, sembra trasportato come un pacco. Di lì a poco salirà, facendosi largo tra la folla, sul palco del Classico. Qualche ruga in più, faccia un po' più scavata ma stesso aspetto ambiguo e androgino che ha fatto la sua fortuna, lineamenti netti e spigolosi, carnagione chiara, giacca e camicia sbottonate con fare Brian Ferry. Non sembra molto entusiasta del pubblico, e neanche di essere in italia, anzi a dirla tutta sembra scocciato come pochi e non risulta neanche tanto simpatico a prima vista. Arriva, si siede, imbraccia la chitarra – a casa mia si saluta, si sarebbe detto una volta – e incomincia un live che tocca dei momenti di minimo direi quasi storici.
Ok, è il leader dei Suede, ha fatto parte della storia della musica inglese, “Coming up” è un disco della madonna anche se io gli preferisco “Dog Man Star”, non c'è stato nessuno come lui per quanti cloni ci possano essere in giro, ha una voce bellissima, i pezzi ti toccano dentro, quello che volete ma Brett Anderson, o meglio “An Evening with Brett Anderson” è uno spettacolo desolante.
Io sono della parrocchia di Bernard Butler: People Move One si mangia Head music, si pulisce la bocca con A New Morning e un'altra parte del corpo che vi lascio immaginare col disco solista di Brett Anderson che, in questa precisa occasione, fa la figura di un ottimo interprete… e basta. Quando siede dietro al pianoforte si capisce subito le canzoni che sono uscite dalle sua mani, quasi rivendica la padronanza su tutti i pezzi più lenti, strappalacrime e bagnamutande, ma quando si mette alla chitarra è solo un lungo inesorabile pallosissimo arpeggio, su ogni singolo pezzo, anche su Trash. Inizia con brani dal suo album,
Che sconforto! Che triste operazione per raggranellare qualche euro e provare a spingere un disco che è riuscito ad avere un solo singolo pubblicato. E pensare che questo è l'ultimo concerto dell'anno.
Odio chiudere con l'amaro in bocca.