Penso a E e a come potrebbe reagire, non è stata una mossa furba da parte del pubblico. Proprio no. E lui, che ne ha passate ben di peggiori, reagisce nel modo migliore. Esce, canta due pezzi poi saluta il pubblico con tutta la sua enorme dose di ironia:
E: Grazie (in italiano). È l’unica parola che so in italiano, perché parlo inglese (risatine dal pubblico). Anche le due canzoni precedenti erano in inglese (risatine in crescendo) e anche il resto del concerto, mi spiace. (risatine a iosa). Però se volete possiamo parlare di fisica quantistica!
Pubblico: Nooooooooooooooooooooo (condito da fischi e risate e battimani).
E: Preferite la musica?
Pubblico: Yeeeeeaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah (in un boato misto a risate e battimani).
E: Beccati questo, papà.
E da lì è stato un ininterrotto flusso di emozioni e di risate e di musica. Accompagnato dal fido polistrumentista “The Chet” Atkins III (batteria, chitarre, pedal steel, glockenspiel, voce, cori,
Un grazie a Monterey per la scaletta del concerto.
Le foto sono di Viridian
autore: Francesco Sciarrone
Junior E Vs Senior E
Roma @ Sala Sinopoli, 08-03-2008
8 Marzo, Roma, Sala Sinopoli, un posto che ti fa ringraziare il costo del biglietto. Sì, sarò controcorrente ma vuoi mettere un live sentito come Cristo comanda? Con un audio perfetto, dove il piano suona come un piano e non come un honky tonky scassato, dove la chitarra risuona con tutta la sua cassa, e l’equalizzazione ti permettere di distinguere distintamente il rumore del plettro che atterra sulla corda dalla corda stessa che vibra nell’aria.
E poi finalmente un live senza la gente che, diciamolo, scassa il cazzo cantando sull’artista… W l’auditorium!
Sala colma, un grande tendone bianco copre il palco, rimanendo teso e sospeso in aria dividendo nettamente lo stage dal pubblico. Semplice sipario artistico? No, è un telo da proiezione. Anzi un telo da proiezione “di salvataggio” viste le vistose cuciture verticali che disturberanno non poco la visione. Prima del concerto c’è, infatti, un aperitivo. Una sorta di “road movie” come vengono chiamati ora. Un piccolo documentario – mica tanto piccolo, 60 minuti- con protagonista Mark Everett e suo padre: Hugh Everett, sconosciuto genio della fisica quantistica, autore di un saggio sugli universi paralleli, uno che se fosse stato uno scrittore sarebbe stato un fenomeno in stile Verne e invece… Il filmato vede Mister E. ripercorrere la storia del padre, intervistando vecchi amici, colleghi e professori che hanno condiviso con Hugh la scoperta e il perfezionamento di queste teorie quantistiche e degli studi sulle infinite “possibilità delle possibilità”. Praticamente una noia mortale. In 60 minuti E ce la mette tutta per convincerci che suo padre era un fico, ma alla fine siamo tutti convinti che l’unica cosa buona fatta da Hugh Everett è stata Mark Everett, e i fischi in sala verso la fine del film sembravano sottolineare che i presenti erano lì per l’Everett Junior, e del Senior se ne sbattevano.
Finisce il documentario, qualche minuto di attesa e finalmente il telone bianco cala, lasciandoci vedere il set: un pianoforte, una batteria minimale e 2 ampli: gli Eels questa sera sono nudi e crudi, forse il concerto sarà difficile, ma di sicuro più interessante. Senza tanti convenevoli sale sul palco E, bruno e cupo come sempre, e non lasciando tempo ad applausi o saluti imbraccia una danelectro e nel silenzio della sala la sua voce profonda e un afona inizia il racconto di storie malinconiche e pessimistiche, attingendo a piene mani dal periodo “beautiful freak” e “electro shock blues”.
C’è poco spazio per le melodie allegre, per quei piccoli quadretti lo-fi che, per colpa di un mercato discografico che punta sulla hit solare, sono conosciuti da tutti. Niente Beautiful Blues, quindi, ma tanta “Infinite Sadness”. Con l’entrata del fido Chet, da tutti riconosciuto
Il live ha ogni tanto brevi pause affidate a piccoli monologhi in stile Monty Pithon: E con un’entità superiore (Dio? Il padre? Ci interessa davvero sapere chi fosse?), E alle prese con le lettere dei suoi fan o le recensioni sui suoi dischi, Chet che legge il diario di E… Piccoli interventi parlati e chiacchierati che da un lato allentano la corda su un concerto appassionante ma ostico (tutte le canzoni si risolvono in 3 minuti, la scelta di chitarre vintage non permette grande varietà di suoni), dall’altro ci mostra un E piuttosto disinteressato da tutto, o meglio fintamente interessato a tutto. Secondo voi uno come il signor Everett a davvero a cuore cosa la gente pensa di lui? Cosa i giornali scrivono dei suoi lavori? Cosa possano significare per noi le pagine del suo diario? Io non credo e questi intermezzi puzzano di riempitivo…
Poco male, perché il magnetismo che E riesce a sprigionare e il fascino di una figura così schiva e riservata ha un non so che di ipnotico sul pubblico, che ascolta il concerto senza intervenire, come intimorito, chiuso in un silenzio che si interrompe solo per gli applausi a fine pezzo. Tutti sono concentrati a gustarsi ogni minima goccia di questo live, senza parlare neanche quando Chet o E sembrano aver voglia di scambiare due chiacchiere (“siete qui per la musica, isn’t it?”…. silenzio in sala… “ok, allora potremmo tornare a parlare di fisica quantistica!”).
Vuoi forse la mancata complicità del pubblico, un po’ troppo freddo o timoroso dell’artista, o forse i troppi flash, che già da metà set incominciavano a stancare il pubblico, e figuriamoci l’artista, a fine live succede il brutto fatto: Mark saluta frettolosamente, come chi sa che deve tornare in scena di lì a poco, ma dopo 5 minuti di applausi a luci basse, mentre gli ampli sono ancora accesi … flash! Si accendono di colpo tutte le luci della sala Sinopoli e parte la musica di sottofondo: niente bis per questa sera.
Ammetto che dopo 70 minuti di set mi ritengo ugualmente soddisfatto, ma se le luci si fossero accese subito non avrei alimentato la speranza di sentire altri pezzi. Peccato, perché mi ero quasi convinto di un ritorno del duo sul palco e invece, a quanto sembra, l’imprevedibilità di E ha preso il sopravvento, e il concerto è finito lasciando un amaro che, a due giorni di distanza, ancora non sono riuscito a togliere.
Le foto non si riferiscono al concerto recensito
Eels – Souljacker (pt.2)