Avevo 13 anni, quando, con i primi soldi racimolati dalle esigue paghette stile primi anni ’90, finì per scartabellare decine di copertine di vinili ancora pieni di profumo e meraviglia. Il mio sguardo si soffermò su una copertina del tutto bianca, con una scritta: The Beatles. Mai ci fu convinzione più omogenea tra le mie volontà e le lire che allora possedevo. Rimasi per un mese incollato al giradischi. E da allora non mi sono più ripreso.
Libertà, conoscenza dell’io, introspezione, voce graffiante, camino acceso, chitarra e whiskey di fianco. Se poi si è visto il film, non si può non rimanere colpiti dal richiamo della Natura. È la mia colonna sonora di ogni partenza, in auto, furgone, treno, aereo. Non può mancare.
Che dire. In questo essere umano, in questa creatura, protagonista della letteratura italiana moderna, alla pari dei grandi del passato, si concentrano alcune qualità che io reputo fondamentali per vivere in pace con se stessi: egoismo, solitudine, amore per la vita e amore per la morte, innata estasi per la musicalità, inimitabile leziosità nell’uso della lingua italiana, e, soprattutto, perfetta simbiosi con i miei mutevoli stati d’animo. Sembra come se spii dentro di me, in una maniera del tutto naturale.
La sua voce avvolge le giornate, sia che esse siano serene, sia che lascino qualcosa di amaro in bocca. La mescolanza di tradizioni islandesi ed elettronica mi fa sognare. È il valore aggiunto alla musica moderna, anche se molto difficile a volte da ascoltare.
Non ho altro da dire se non che sono la mia band in assoluto, da almeno 15 anni. Vogliamo parlare dei videoclip? Per fortuna esistono menti malate come quella di Thom Yorke e Co.
Stile, musicalità, semplicità, e innovazione, fanno di questa band una colonna sonora senza precedenti. Ho preso in esame l’ultimo album, ma ne potrei citare altri 5, tutti legati a momenti particolari della mia vita. Nello stile e negli arrangiamenti, anche se a volte ripetitivi, trovo l’assenza completa di schemi e preconcetti. Eletti a band per me erede, emotivamente parlando, dei Radiohead.
Posso riempire la descrizione di aggettivi? Chiedo venia, ma spero di si: crudo, caldo, storico, semplice, vero, dolce, mistico, colonna sonora perfetta di quando si fa all’amore, perché abbina momenti di puro romanticismo a colpi decisi e cadenzati, giocoso, pieno di errori, monumentale, troppo grunge, troppo rock, decisamente aspirazione come composizione e propensione alla libertà musicale come idealità.
Anno 1979. Io nascevo e Joe Strummer scriveva l’inno alla decadenza mondiale. Un buon augurio. Chitarre in battere, accordi pieni, motivetti al limite con la stonatura. Un tutt’uno con ciò che in stile moderno sarebbe definito “orribile”, per la odierna sfrenata ricercatezza del perfetto e del “confezionato”. Sotto questo punto di vista, mi definisco un uomo all’antica.
Sound stranamente nuovo, legato a schemi del passato, ma più in là nell’osare. Mi piace la line up, mi piacciono gli arrangiamenti minimali, un po’ meno la vena vocale, ma è sostituita molto dignitosamente dall’armonia della chitarra e dei sinth. Voto: 8.
Superano ogni aspettativa musicale, innestandosi in modo naturale nelle scorciatoie della composizione. La loro semplicità esplode in inni strumentali, ed elegie morrisoniane (a me tanto care). Già dal loro precedente lavoro del 2008, Only By The Night, hanno convinto noi fruitori di musica delle loro potenzialità. Mi piacciono. Sono sanguigni e ciò facilita l’ascolto.