Audio: Preciso. Calcolato. Niente sapore plastico ma matematica precisione e degustazione del suono.
Setlist: Fondamentalmente Ben Frost ha iniettato una continua jam delle sue produzioni, lavorando e riproponendo composizioni alla ricerca di un unico fluxus. Purtroppo non possiamo parlare di una performance veramente impressiva. Molti sono stati i momenti di caduta e delusione. Da un utilizzo decisamente amorfo della chitarra, imbracciata per produrre un’atmosfera ambient insapore e prevedibile, alla scelta di flatline e di campioni distorti davvero incomprensibili. Cito a futura memoria l’uso del russare umano, dell’ululato di un branco di lupi, e di un beat simil-para-industrial infinito e mantenuto costante.
In questo orizzonte grigio la performance del nostro non si è dimostrata all’altezza delle aspettative, dopo un paio di album come Theory of Machines e By the Throat che lasciavano pregustare ben altra capacità creativa, di gran lunga più complessa di un semplice lavoro d’ufficio.
Pubblico: Il pubblico del Fosfeni è molto selezionato ed allo stesso tempo trasversale sia come fascia d’età che come interessi. Educato (sia culturalmente che nel comportamento) ha mantenuto l’attenzione per tutto il live. I pochi commenti che ho scambiato con alcuni dei presenti hanno confermato in miei dubbi grazie ai loro dubbi.
Locura: Assente.
Conclusione: Un triste sapore in bocca. Grandi aspettative ma un acuto vuoto pneumatico
Le foto sono a cura di Andrea Barracu