100 Other Lovers
Fase Uno: la prima parola che viene in mente quando si inizia ad ascoltare il nuovo disco dei DeVotchKa è “killeraggio”. Brutto ibrido italoinglese, usato spesso e a sproposito negli articoli di nera o politica (o di “politica nera”, che tanto ormai…) ma raro assai in sede di recensione musicale. Eppure il killeraggio è un morbo sempre più diffuso fra i giovani musicisti, prevalentemente cantanti che operano e in fascia pop-rock: i dizionari medici più aggiornati lo descrivono come un disturbo della personalità, il cui sintomo più evidente è “un’irresistibile volontà di assomigliare a Brandon Flowers, leader del complesso musicale The Killers”. In pochi anni dalla sua comparsa quest’affezione che colpisce la psiche e le corde vocali ha già mietuto decine di giovani vittime – fra le quali anche lo stesso Brandon Flowers. L’ultimo ad aver reso nota la sua patologia è proprio Nick Urata, frontman dei Devotchka, che nelle prime tracce di 100 lovers è totalmente in preda alle sue fantasie brandonfloreali da far dimenticare l’eclettismo etnico della formazione che conoscevamo. Febbre alta e convulsioni vocali, la prognosi fin qui resta riservata.
Fase Tre: però, sapete cosa? Sarà che con il tempo ci si lascia un po’ andare, sarà che le canzoni fondamentalmente funzionano, sarà che il commiato di Sunshine lascia questo piacevole retrogusto di Calexico (alcuni dei cui membri sono, guardacaso, graditi ospiti)…sta di fatto che dall’ascolto di 100 lovers si esce malgrado tutto ben impressionati, disposti, comunque, a concedergli almeno un altro giro nel lettore. Un raro caso di salvataggio in extremis, dal killeraggio alla rinascita in tre mosse. Non male, ma la prossima volta copritevi meglio.