Us Against Whatever Ever
Ci sarebbero schiere di nomi da fare per inquadrare il disco d’esordio di Ghostpoet, al secolo Obaro Ojimiwe, da Bristol ma originario della Nigeria, e lo farò nel corso della recensione, ma ancora non so se ne possa uscire un ritratto fuorviante, quindi spendo queste prime righe per dare valore ad un intreccio di influenze che – a dispetto di esse – riesce ad essere un nuovo punto di riferimento per la black music più intellettuale, riuscendo a trascendere sia la matrice hip hop che quella elettronica nei loro limiti.
Prima di uscire con questo esordio per la Brownswood, etichetta di Mr. Garanzia – quando si tratta di groove vibrations – Gilles Peterson, il ragazzo si è distinto per aver confezionato insieme alla cantante britannica Rox, il brano To Something sulla base di un brano dei Four Tet, ma anche per aver collaborato con Michachu, una delle artiste più controverse dell’elettronica contemporanea. Il suo modo di rappare, con un flow molto strascicato, declamatorio ma distaccato (“sonnolento”, lo ha definito il Guardian), ai confini con lo spoken word, con un piccolo difetto di pronuncia che lo fa sembrare un 50cent che serve ai tavoli – ma, in definitiva, molto inglese nell’appiccicare le parole – lo rende un letale ibrido tra Saul Williams e The Streets. Ma il paragone più calzante a livello di stile rimane quello con Gil Scott-Heron, di cui sembra incarnare una versione ultramoderna, anche a livello di scelte poetiche (anche se alla protesta cede spazio l’auto-commiserazione). Laddove poi il buon Gil immergeva il suo verbo nelle radici pulsanti dell’hip
Un’esordienza illuminante: il suo rastrellare la musica contemporanea per renderla musica della contemporaneità e il modo in cui si mimetizza in essa, ne fanno a mio parere una album cruciale. Pur non avendo l’epica del faro ha la strategia del fendinebbia: sapendo che la nebbia non tocca mai il suolo, posizionandosi un gradino sotto, si traccia la via. Non è roba da bassifondi, certo.
Nel Ghetto questa musica forse non ha senso. Non c’è odore di bruciato, non c’è l’orgoglio della posizione, ma piuttosto un movimento da fermi, una gelatinosa bolla di sapone che viaggia tra le vie della notte, un senso anche di protezione, se vogliamo, rassicurante forse (blues da burro di noccioline), ma a volte necessario per dare senso ai contorni che, attorno, non smettono di muoversi e mescolarsi in un nulla accecante.