Audio: Basta la chitarra acustica di Gelb, imbracciata per accompagnare una ballata country & western, che all’improvviso ti sferra un paio di scariche elettriche a tradimento. Quello è il suono del Gigante di Sabbia. Quello e nessun altro.
Setlist: Un lavoro in uscita, Blueberry Mountain, e una serie di ristampe in promozione per festeggiare i 25 anni di carriera permettono di allargare notevolmente la tavolozza sonora. Non più soltanto cavalcate per le sei corde (Valley of Rain), ma anche serenate jazz intonate da dietro alla tastiera e qualche piccola sorpresa. Come il cenno a Riders on the storm dei Doors (?!?) e come gran finale il ripescaggio di Thin Line Man: un affondo al cuore degli aficionados e, finalmente, lo scoppio della tempesta elettrica.
Momento migliore: La dedica a un fan che non c’è più – anche se pochi nel pubblico possono sapere.
Pubblico: Sorprendentemente numeroso. Alcuni sono abitudinari, del locale o del gruppo. Tutti gli altri si rifugiano quaggiù per sfuggire al raduno degli alpini che per qualche giorno ha invaso la città intera. Costernazione da parte del band leader nel non vedere penne nere spuntare dalla platea.
Conclusione: Tanto per cambiare ha ragione Bertoncelli quando scrive che “la musica dei Giant Sand fatica a definirsi come ‘rock’. Il rock è omeopatico, prende il ritmo vitale della nostra epoca e lo sottolinea, lo esalta, lo asseconda per la sua violenta terapia. I suoni in erosione di Howe Gelb sono allopatici, lavorano per contrasto. La pulsazione è rallentata”. La loro è una musica che cammina in obliquo, che quasi sempre evade le cadenze sicure del passo di marcia. Molta potenza, molte poche certezze: è anche per questo che il deserto di Howe Gelb non è lo stesso dei Calexico.
Foto di Federico Tisa