L’Italia al tempo dei tagli alla cultura, non è decisamente un paese per chi suona musica.
Infatti, in questi ultimi giorni sui giornali sono apparse due notizie che ben poco hanno a che fare con la musica, ma che da un certo verso risultano preoccupanti per chi di musica vorrebbe viverci.
Neo-fascisti, pulotti, o ultras? Come che sia, sembra non sia cambiato nulla negli ultimi ottant’anni di storia italiana nei confronti della figura professionale del musicista: saremo pure il paese del bel canto, di Sanremo e di Enrico Caruso, ma quanto ci stanno sulle palle questi perdigiorno fricchettoni (o all’occorrenza bamboccioni, che a dir si voglia) che pensano solo a suonare e non vogliono lavorare? E il disgusto pare bipartisan.
D’altronde gli enti che dovrebbero conferire dignità a questo tipo di figure professionali non fanno altro che complicare le cose: la Siae è in ritardo di anni sui pagamenti dei diritti e sta sprofondando fra i debiti, l’ Enpals aumenta i versamenti contributivi annui e in compenso i gestori di piccoli e medi locali si rifiutano sia di versare i contributi, sia di fornire i moduli Siae per la riscossione dei diritti d’autore. Non è un caso che poi alla fine ci siano tantissimi aspiranti musicisti che decidano di rimanere ignoranti sulle materie che dovrebbero essere vitali per la loro sicurezza sociale e per il loro lavoro.
La logica inquietante è sempre quella che se suoni, lo fai più per un tuo piacere personale o per metterti in mostra. Non ce la si fa proprio a pensare che il procurare intrattenimento sia di per sé un lavoro. Basterebbe spostare tutto questo ragionamento bacato sul mondo del calcio e forse anche i succitati ultras capirebbero come questa logica non sia solo sbagliata, ma deleteria.
In questo momento non mi è possibile poter vedere una luce in fondo al tunnel: il quadro sul mercato del lavoro di chi compone e suona musica è sconfortante, in compenso i tagli dei fondi pubblici diminuiscono le possibilità a disposizione del pubblico di confrontarsi con tutto quello che riguarda gli spettacoli ed i loro operatori (fosse nell’ambito di festival, manifestazioni, concorsi). È in fin dei conti la cultura che ci manca, e che non ci viene fornita da nessuno, men che meno dallo Stato: è giusto dire che continuiamo ad essere ignoranti.