Che i Black Keys siano sulla bocca di tutti è ormai un fatto: dagli orfani dei White Stripes ai nostalgici dei Beach Boys, dalle riviste specializzate che ne coagulano già i discepoli (affianca Bud Spencer a Blues Explosion su youtube o recupera l’EP dei Sons of the West) ai quotidiani generalisti, tutti ormai si destreggiano abilmente nel piazzare il duo di Akron tra i più quotati candidati a prendere in mano le redini del futuro di un rock’n’roll dichiarato morto “senza avere il gatto nel sacco”.
El Camino è il consiglio che ti dà anche l’amico che non conosce Jon Spencer, l’annuciata big thingh del 2012, che vince (anzi stravince) a mani basse sugli inseguitori. In realtà è un album bello ma non eccezionale che annoda solo in minima parte le stringhe di hard-blues che caratterizzavano gli esordi, tra garage e cantina, dei Keys e conferma ancora una volta l’importanza dell’accentratrice quanto preziosa presenta in regia del Re Mida Danger Mouse, uno che dietro al mixer di produzione non sbaglia un colpo.
Poco importa dunque cercare il pelo nell’uovo: quando ci si diverte il tempo vola. E i Black Keys volano verso l’Olimpo mainstream bonaccioni e increduli, invitando a salire a bordo buona parte del pubblico (pseudo)underground. Dei money maker in buon fede?