Quando Brendan Cannin, personaggio di punta dei Broken Social Scene, si è visto affiancare il giovane cantautore di Vancouver Dan Mangan nel rooster della Arts & Crafts, si è lasciato sfuggire un pesante apprezzamento, vale a dire “qui si torna indietro”, non avrebbe poi immaginato che quest’artista col muso lungo lo avrebbe poi scalzato con le vendite a scaffale in mezza America, e da qui i musi lunghi ne sono comparsi più di uno.
Al terzo album, “Oh Fortune”, Mangan – nonostante gli ingegni sonori architettati per l’occasione, ma tuttavia senza indietreggiare di un centimetro dalla sua ambizione riuscita nell’eccellenza del precedente Nice, nice, Vey nice – ancora non fa quel passo “assoluto” per entrare nella piccola e smussata storia dell’alt-rock cantautorale mid-Americano, ma è praticamente come un girare e rigirare ponderato sopra una pista d’atterraggio per scegliere bene la traiettoria finale di discesa.
Con la produzione di Colin Steward, il disco esce dai gangheri al passaggio della sclerosi elettrica di “Post-War blues” tra chitarre sincopate ed in calore che affamano la tranquillità di una replica momentanea di una Into the Wild Vedderiana spalmata nella ballata “Start with them, ends with us”, poi il sollievo dell’amore “Daffodil” ed il caracollare di “Jeopardy” fanno perdere la cognizione viaggio tra pneumatiche esigenze di essere altrove e debite distanze infinite.
Dan Mangan, musichiere della solitudine, offre questo bel terzo episodio della sua giovane carriera non solo a quelli che vogliono ascoltare musica, ma che la vogliono anche toccare.