Questa musica ti spacca il cervello, e i White Suns ti prendono, ti trascinano nel loro vortice di distruzione e rabbia e ti mandano a cercare la novalgina a casa. Questo disco si propone come la fotografia ideale di un preciso momento storico, la prosecuzione del discorso aperto con No New York, continuato dai Sonic Youth di Confusion Is Sex, dai Big Black, dai Cherubs e da una manciata di altri gruppi, e giunto fino ai nostri giorni.
Però c’è dell’altro, fortunatamente, che supera l’eredità musicale che i White Suns, consapevolmente o meno, si portano sulle spalle, ma che non prescinde del tutto da essa: il contesto, oggi (in relazione alla storia). Siamo immersi (ne siamo parte integrante, ne siamo i fili), di nuovo, in un tessuto disastroso, simile (non identico, forse peggiore) a quello in cui questa musica, successivamente ribattezzata pigfuck, ha mosso i primi passi. Oggi, la gente sta male ancora, dopo la sbornia sorridente degli anni novanta e il tentativo (vano) di aggrapparsi a qualcosa, nel decennio successivo.
Non è neanche un disco di cui parlare, o scrivere, direttamente; sì, si potrebbe scrivere impatto, deflagrazioni, eccetera, ma mica ci si avvicinerebbe, questo disco bisogna sentirselo. È un sollievo, che qualcosa nato nella terribile seconda metà degli anni settanta riesca a dire ancora qualcosa di interessante, dopo la morte del punk e la fine dell’hip hop. Si capisce tutto subito, e potrete farne tesoro, perché Fire Sermon inizia così bene che vi sentirete sollevati, quando la depravazione straziante e le urla dei primi minuti sfumeranno nel (semplice, rassicurante) rumore. Sinews è un disco splendido, crudele, terapeutico, un disco dei nostri tempi, per i nostri tempi. Mi piace così tanto che ripeterei sempre il suo nome: Sinews, Sinews, Sinews.