Audio: Dopo qualche momento di perplessità, mi sono presto reso conto che la balena di Renzo Piano non è ritagliata su misura per i concerti rock. La sinuosità delle curve lignee della sala Santa Cecilia trova la sua culla nelle evoluzioni musicali del jazz o del r’n’b, ma il rock classico a volte sembra strozzarsi. Se a questo ci mettiamo che Dolores è molto umorale nel modo di approcciare i singoli pezzi. Quando non ha voglia di cantare qualcosa, ma lo fa per senso dello spettacolo, si capisce (Just My Imagination) . Al contrario, in casi come Ordinary Day e No need to argue, la sua voce si trasforma in un canto di sirena. Pura come acqua di sorgente.
Setlist: Il concerto ha alternato pezzi dell’ultimo album come Tomorrow e Fire & Soul, bene alternati ai classici anni novanta dei Cranberries, da Free To Decide, a Linger, per finire con Salvation e Zombie. In mezzo anche un episodio felice della carriera solista della O’Riordan come Ordinary Day.
Pubblico: Tante generazioni per lo scricciolo irlandese e i suoi accompagnatori. Pubblico eterogeneo, anche dal punto di vista anagrafico, con i ragazzi più giovani sotto il palco a interagire con la cantante, ben disposta e piacevolmente sorridente. Si è avvicinata una bimba con un mazzo di fiori che Dolores ha voluto accanto a sè, e alla quale ha regalato carezze affettuose per scioglierne l’imbarazzo. D’altronde è pur sempre la madre di tre bambini. Poi ha regalato al pubblico sguardi malinconici, rabbia rock e movenze sexy. Un piccolo gigante da palcoscenico.
Conclusioni: La musica è anzitutto una questione tutta fisica. La poesia di un sorriso, la rabbia di un gesto o la sensualità di un passo. Dolores è una sacerdotessa del rock moderno, che ha ben elaborato la storia dell’imprescindibile conterranea Sinead O’Connor. Ha una dote rara: la semplicità, che applicata alla musica è quasi sempre garanzia di beltà.
Foto di Matteo Scalet – Grazie a Oca Nera per avercele concesse
Le foto non si riferiscono alla data recensita