Nell’attesa che la serata abbia inizio, tutto appare moderatamente intimo: dalla musica di sottofondo alle luci basse, poca gente presente.
Ma quando alle 21.30 Cohen sale sul palco e si toglie gli scarponi per suonare scalzo, l’affluenza aumenta.
Brani delicati, i suoi, sicuramente suonati con divertimento vista la complicità e i giochi di sguardi fra i suoi musicisti – tutti rigorosamente con maglioni e cappelli di lana con pon pon.
Poco più di mezz’ora, con una conclusione affidata ad un pezzo strumentale decisamente pop e colorato rispetti ai precedenti, ed ecco che arriva Jens Lekman. Elegante lui, lo sono pure i ragazzi che lo accompagnano sul palco: tutti rigorosamente in completo nero. A smorzare i toni, i dettagli: Lekman porta un cappello a visiera un po’ consunto, la violinista e la bassista indossano delle tennis bianche ai piedi. Si deve pur star comodi, no? E comincia in una sala stranamente affollata il live, che non ha subito l’arrivo di questo grande freddo e della cadenza infrasettimanale.
SETLIST: Jens ha portato in scena i brani del suo ultimo disco, I know what love isn’t, regalando anche brani meno recenti, tuffandosi in pezzi quali I’m leaving you because I don’t love you. Il tema romantico ha dominato.
MOMENTO MIGLIORE: Un flusso continuo. Si è trattato di un concerto al quale i presenti hanno assistito con curiosità durante il live di Cohen, e con trasporto durante quello di Lekman. Il giusto equilibrio quando gruppo spalla e main artist riescono ad avere un filo sonoro che incuriosisce e cattura l’attenzione: e la serata è andata così, con gli occhi fissi sul palco prima e le braccia alzate poi.
PUBBLICO: Pubblico maturo, con qualche sprazzo di gioventù sparsa qua e là. Lekman piace per il sound semplice di tendenza pop, nel quale riversa temi forse scontati dai testi in ogni caso mai banali. Affascina, e ha conquistato una fetta di pubblico elitario che lo segue con una compostezza quasi contenuta – che a tratti si lascia naturalmente andare.
LOCURA: nd