Audio: Potente, pure troppo. L’intento è quello di rendere tutto molto rock, questo è evidente, ma in alcuni tratti i volumi superano il limite e peggio coprono l’incredibile voce di Lanegan. Batterista e chitarrista (modello sosia di Johnny Cash) su tutti.
Setlist: Breve ma intensa, se vogliamo essere buoni. Senza alcuna interazione col pubblico, serrata, granitica. Pochi spazi (per lo più nella prima metà della scaletta) per la dolcezza a cui spesso si è dedicato negli ultimi anni, tanto rock e velocità. Dal funereo ultimo album escono bene molti brani (partenza a razzo con The Gravedigger’s song), ma la netta sensazione è che Bubblegum diventi anno dopo anno un disco sempre più grande: Hit the city prova a reggere anche senza il tocco di PJ Harvey, ma il resto colpisce forte, fino alla chiusura di Methanphetamine Blues.
Locura: Uno si lascia trasportare dall’atmosfera diabolica del concerto, sta per ripartire con in mente un santone del rock, quando dal backstage spunta lo stesso Lanegan, ciondolante, cappellino da baseball, che si va a sedere su un tavolino nella zona merchandising, sotto una lampada, per firmare autografi da bravo scolaretto. Senza dubbio gentile, ok, ma ecco come smontare in 5 minuti tutta l’atmosfera di una serata.
Conclusioni: Alla sua entrata sul palco ho pensato non ce la facesse a finire un concerto intero. Poi s’è aggrappato con forza all’asta del microfono e ha steso tutti. Se dovessi rinascere, vorrei la voce di quell’uomo.