E’ con le loro canzoni nel cuore che andiamo a vederli e ascoltarli nel loro primo concerto italiano, il terzo in Europa. Il luogo prescelto è La Casa 139, a Milano, un locale che ha il pregio di dare la sensazione a chi ascolta e chi suona di essere in un posto speciale. C’è curiosità per ciò che stasera saranno in grado di offrire e se il loro set sarà all’altezza del loro disco d’esordio così intenso e fragile, suonato dal “vivo” per necessità più che per scelta.
I Felice Brothers fanno tutto da soli: tocca infatti a James, il pianista e fisarmonicista, “aprire” il concerto improvvisando sul piano melodie domestiche inframmezzate da canzoni di Loggings & Messina… L’atmosfera, complice la dominante bluastra delle luci sul palco, si fa sempre più intima e l’arrivo della band al completo che si lancia in uno stomp indiavolato e sbilenco è come quando viene messo nel fuoco un ceppo di legno poco stagionato: il fuoco prende vita e inizia a scoppiettare mentre la fiamma cambia vorticosamente colore e sfumature… “Glory Glory Halleluja, since I lay my burden down!”
C’è tutta l’innocenza di un gruppo esordiente e
The Felice Brothers non raccontano l’America, non vogliono cambiare il mondo, cantano di ciò che vedono dalla finestra del loro appartamento al secondo piano: l’immobilità di un mondo frenetico e nevrotico. Lo fanno con canzoni lente e pesanti, con un tono sommesso ma deciso che colpisce più di cento chitarre elettriche. Sono il prodotto di un passato ormai troppo lontano per non essere rimpianto o ricordato con affetto unito ad un’ immaginario in cui presente e passato sono difficili da scindere e di cui Simone, Ian, James e Christmas sono i perfetti protagonisti. Magari fosse sempre così.
Foto di Matt Giuliani