“Siete così piccoli, tristi e noiosi, voi non siete niente per me: pezzi di vetro, schizzi di sangue, tutta la rabbia che non hai! Tu non puoi capire, io voglio solo farti male! Ciò che mi circonda è tutto uguale!” (cit. Nerorgasmo).
È tornato Nicola Manzan, pronto a violentare altre notti trascinandoci nella Bologna Violenta di cui è primo cittadino. Messi leggermente da parte i cinefili riferimenti a mano armata (l’Italia di Piombo del cinema anni Settanta è stata ampliamente omaggiata nel precedente Nuovissimo Mondo e in un delizioso split splatter-grind coi Gunzard) Manzan procede con Maurizio Merli nel cuore ma spostando il piano di riferimento dalla fiction (seppur come metafora della realtà) alla società civile odierna. E vuole nuovamente azzerare i filtri narrativi, rigurgitare ogni linguaggio preconfezionato, colpire senza pudore alle parti basse, fare male insomma (come urlavano i Nerorgasmo appunto) e fare male non certo alle nostre orecchie, martoriate sì dalla mattanza sonora ma estasiate dalla matura abrasività finale di questa grind-opera, quanto agli pseudo alfieri e al(lostessomodocolpevole) popolo bue di questa Repubblica.
Il magnetismo intrinseco delle creazioni partorite dalla mente di Manzan risiede nei due poli formativi della sua brillante personalità musicale: da una parte il mondo classico, il violino viscerale e drammatico, che detta pathos senza mezze misure; dall’altra il grind, la ferocia hardcore portata alle sue più estreme conseguenze. In mezzo lo spoken word, lucido e perverso, fatto di cut-up da lettera minatoria, di favole inquisitorie di brutale impatto (“c’era una volta un politico di merda…”).
Va a gonfie vela la “relazione aperta” tra il dispotico Alec Empire (padre delle carneficine degli Atari Teenage Riot), la belligeranza targata Napalm Death, le suite oniriche di Korsakov e le atroci sequenze cinematografiche di Fulci. L’approccio ludico diventa satira del grottesco, l’atto sacrilego si fa avanguardia.
Il fatto che ora Bologna Violenta fotografi con un piglio così personale crudo e funesto (e meglio di tante inflazionate e copiaincollate liriche finto intellettuali) questo Paese, la rende un meraviglioso incubo dal quali non ci si vorrebbe svegliare più.