Dodecaedrica la forma del cosmo secondo Platone. Un solido cui veniva associata la quintessenza che compone i corpi celesti e l’anima. Ma qui non si tratta di fighissime introduzioni pseudo-matematiche né di t-shirts hipster a layer geometrici, ma di black metal, o meglio di post-black metal: roba piuttosto lontana dalle recensioni di tendenza, dai videoclip e dai giri giusti dell’underground nostrano.
Anzi, spesso si tratta di una scena un po’ troppo chiusa in se stessa, una nicchia di crani in headbanging sotto ad un parterre. Ecco che allora una proposta coinvolgente, lacerante, aggiornata e “aperta” come quella degli olandesi Dodecahedron, all’esordio per Season of Mist, diventa linfa vitale per suggestioni trasversali e per traghettare il genere verso percorsi poco battuti. Da una parte la Francia tritaossa dei Deathspell Omega, dall’altra la Nuova Zelanda urticante degli Ulcerate.
Saliscendi come da copione insomma, ma con un forte senso di claustrofobia alienante: in queste geometrie chiuse e circolari l’unico teorema possibile è quello di Aronovsky, che porta al delirio. La molteplicità di idee in campo necessita sicuramente d’una più matura messa a fuoco (inevitabile qualche manierismo e qualche forzatura), ma il modus operandi degli olandesi promette buone cose. Dodici facce tutte da esplorare con morbosa curiosità: il dodecaedro diventa un hypercube, labirintico e senza via d’uscita. Non resta che perdersi.