Potrei indugiare a lungo sul variegato quanto prestigioso “curriculum” artistico di Xabier Iriondo, noto al grande pubblico soprattutto per la militanza negli Afterhours. Figura carismatica quanto enigmatica, personalità difficile da inquadrare, riflessa dalle mille sfaccettature del suo sentire e comporre in musica. Il fatto è che sono massimamente tramortito da questo “Irrintzi”.
Un grido, un lancinante boato che squarci il cielo, dovrebbe contenere la recensione di questo disco. Perché questa volta non si tratta di indirizzare l’ascoltatore verso il “post- o il -core” di turno. E’ invece questione di premere play e immergersi, anzi naufragare, nel torbido flusso strumentale di “Elektraren Aurreskua” che parte da suggestioni free-jazz perdendosi deliziosamente in un rito propiziatorio che recupera melodie celtiche. L’inizio di un viaggio che diventa catarsi, interiore eppure anche così dannatamente fisico nel suo ondeggiare tra echi orientali come occidentali, omaggiare le radici basche dell’autore (“Gernika Eta Bermeo”), illuminare sotto un’altra luce certo rumoreamericano (i baccanali dei Velvet Underground, l’industrial/techno trash di Chicago, il Nebraska di Springsteen).