Prestissimo, in un Palaisozaki ancora semivuoto e su di una piccola porzione di palco non coperta dal sipario ad hoc, prendono posto i Kassidy: apertura affidata al folk-rock “facile, facile” degli scozzesi, nell’onesta ma opaca mistura Mumford&Sons, R.E.M. bucolici, Nickelback e sempreverde (?) tradizione folk’n’blues delle Americhe. Dimenticabili, oltre che totalmente fuori contesto.
Lights out e Scarface theme per l’incipit di uno dei main event più attesi dell’anno: Lana del Rey sale sul palco nel tripudio di una folla adorante, provocando evidentemente quel particolare sbigottimento misto a curiosità che i personaggi più in vista dello showbiz suscitano se visti in carne ed ossa. Avvolta in un tubino bianco mozzafiato, la languida “Lolita del ghetto” – come è stata definita – indossa l’ormai tipica corona di fiori, anch’essi candidi, aggirandosi con grazia eterea lungo lo stage, agghindato con fare Anni ’20 con un gusto che evoca lo spettro sfarzoso e (poi) decadente del Grande Gatsby. Un’immaginario per certi aspetti simile a quello della scomparsa Amy Winehouse, in bilico tra art déco e Hollywood, Tiffany e Marilyn Monroe, con una gazza ladra (finta o impagliata, chissà) a scrutare gli spettatori con nel becco una collana di perle.
Estetica al servizio di contenuti? Annosa questione.
Audio: Diciamo a chiare lettere: la voce Lana del Rey merita d’essere ascoltata anche dal vivo. La resa del particolare timbro in bilico tra luce ed ombra, falsetto e cavernosità della “principessa del pop amata anche dal pubblico indie” poteva alimentare i soliti dubbi del malpensanti, invece le algide atmosfere del disco sono squisitamente riproposte on stage, senza pressoché nessuna sbavatura, sia da parte dei musicisti (una buona formazione di stampo – o apparenza? – quasi soul) che della front-woman.
Locura: … che diventa locura, purtroppo con risata amara, perché il finale del concerto accumula un minutaggio spaventosamente ampio in una coda strumentale nella quale Lana scende dal palco e si concede alle prime file per firmare autografi e scattare foto-ricordo. Ora, per quanto ammirevole la disponibilità, chiudere in questa maniera appesantisce non poco lo show, con la folla – anche i fan più innamorati- un pò perplessi dal quarto d’ora di “parcheggio” in attesa di un’altra canzone (per chiudere col botto?) che non arriverà. Scelta più che altro strana…
Nello specifico l’audience è quanto mai eterodosso, innanzitutto anagraficamente: per alcuni sembra essere il primissimo concerto abbinato al primo poster in cameretta, percorso uguale-e-contrario per i numerosi genitori che accompagnano i figli. Fetta più ampia relegata al pubblico del pop di buona fattura rispetto a tanta merda imperante on air, con consistente coefficiente di hipsterismo. Look da hippy trendy di nuovo tra noi.
Conclusioni: In un’epoca di star usa-e-getta non è facile cablare la reale portata – a lungo termine – dei grandi fenomeni pop, nel campo minato assoggettato alla macchina mediatica odierna dal quale non è certo immune il music business.
La versione di Lana del Rey è interessante e valida sotto il profilo artistico – in uno scenario di pop di massa – con la sua vena malinconica inerme e glamour, tra retromania soul patinata e realismo (se non pessimismo) pop: dietro alle labbra rosso fuoco c’è il volto della generazione che ha perso ogni ideale e che guarda al passato come fascinazione vintage d’estetica e purezza? Sono i dubbi, le ipocrisie e le strategia commerciali (?) di una società sul punto di schiantarsi, con stile, come Gatsby. Il cangiante e milionario fallimento del sogno americano? Estetica e contenuti, oggi entrambi a portata di click: a lato della (voluta) pappardella, le meravigliose foto targate Rocklab.