L’ironia, l’humor provocatorio e la surreale (quanto disarmante) semplicità dell’invasata danza rockabilly dei Keys, sono il collante anche della pellicola di Cox, una sorta di astruso spaghetti-western che sembra fare il paio con le “commedie sexy all’italiana” tanto amate da Quentin Tarantino, almeno in quanto a budget e attitudine lo-fi: nell’anno in cui il regista che ha sdoganato il “pulp” nel mondo cinematografico approda al suo tanto cercato omaggio al western nostrano – con l’epica cowboys filtrata gangsta di “Django Unchained” – ripescare il grottesco cult movie di Cox fa ancora più sorridere.
Il film diventa una parodia a tinte forti dei classic movie del vecchio West ma anche un pretesto per (sor)ridere delle doti recitative di alcuni musicisti più o meno famosi, molti dei quali al primo ciak ufficiale: la “star” indiscussa è Joe Strummer, al quale viene cucito addosso un ruolo “perfetto” di sciatto, sporco e “marcio” pistolero/punk rocker. Che dire della (romanzata?) diceria che vedrebbe Strummer, fedelissimo al suo personaggio (o a se stesso?!), non lavarsi né cambiarsi d’abito per l’intera durata delle riprese? Devozione. E cosa risponde il pubblico femminile alla dichiarazione di un’attrice del cast che vide nel leader dei Clash un “Humphrey Bogart, solo più giovane e trasandato”? A suo modo un sex symbol.
Affiancato da Dick Rude e Sy Richardson, veterani al fianco di Cox (il primo girerà un documentario proprio sui Clash, il secondo apparirà in molti b-movies), Strummer – come detto – non è l’unico volto noto del music business presente nel film: dalla reginetta della disco-music Grace Jones allo sdentato vocalist dei The Pogues Shane MacGowan, passando per una sfattissima Courtney Love in (finta) dolce attesa, le figurine illustri in mano a Cox sono – in quanto a prestazioni attoriali – una peggio dell’altro. Meravigliosamente una peggio dell’altro, s’intende.
Inutile dire che sono due mondi distantissimi quelli che trovano comun denominatore nelle sparatorie di Sergio Leone: è un improbabile incontro-scontro tra la Jon Spencer Blues Explosion e gli Squallor quello che evochiamo per gioco accostando Tarantino e Diritti all’Inferno. Ma a divertirsi (rispettosamente) è soprattutto Cox stesso, laddove giocare fa rima con omaggiare: impossibile non pensare all’accoppiata “benedetta da Ezechiele” di Pulp Fiction (Vincent Vega/Jules Winnfield) guardando comportamenti e look dello sgangherato trio di fuggiaschi in giacca e cravatta.
Certo, volendo evidenziare un ipotetico (e più “adeguato”) asse filmico, la sceneggiatura e la resa decisamente “gonfiate” di Diritti all’Inferno ricordano il cinema “grasso” di Robert Rodriguez (amico e più volte collaboratore dello stesso Tarantino, considerato non a caso una sorta di seguace in salsa messicana del pulp del Maestro): tra una battuta ai confini della realtà e l’altra, manca solo di veder spuntare fuori da qualche locanda malfamata Mr. Danny Trejo!