Rocklab.it

Linea 77: Available For Intervista

A qualche mese di distanza dall’uscita dell’ultimo lavoro di studio Available For Propaganda, intervistiamo Chinaski, chitarrista e ideologo dei Linea 77, pizzicato in quel del festival dell’unità di Cecina, appena dopo il soundcheck della band…

Mah, sarò sincero: la Earache in più rispetto alle case discografiche italiane ha poco o nulla. Anzi, se io dovessi tracciare un bilancio complessivo, direi che sono abbastanza stufo di avere a che fare con la Earache. Tutti pensano che lavorare con le indies significhi una maggiore autonomia: sono tutte cazzate. Anzi -e parlo per la Earache- proprio il fatto che sono piccoli e indipendenti li porta ad essere assolutamente timorosi e poco propensi a investire su un gruppo, anche quando vedono che potrebbe funzionare. E’ come se avessero scelto una dimensione più tendente alla nicchia, e non fossero propensi a far crescere un gruppo oltre questa dimensione, nemmeno quando gliene si presenta l’occasione. E ragionano come una finanziaria: fondamentalmente i soldi che pagano per i dischi e i video te li scalano poi dalle vendite.

Certo. nella maniera più assoluta.

I consigli che posso dare sono innanzi tutto quello di mantenere comunque sempre i piedi per terra. Trovo che il limite più grosso dei gruppi italiani, almeno della maggior parte di quelli con cui ho avuto a che fare, sia il fatto che si immaginano solo musicisti. Pensano cioè di dover solo suonare, mentre al resto debba pensarci qualcun altro, il che, in linea di principio, è anche condivisibile. Però, come è facile immaginare, la quantità di gruppi esordienti è tale che non tutti ce la possono fare. Quindi credo che alla fine vinca e faccia la differenza chi è anche capace di relazionarsi con un ambiente, per così dire, professionale, in maniera autonoma e non lacunosa.

Mah, no. Non parlo tanto della “costruzione dell’immaginario” che è sì una delle parti del gioco, ma che è e deve rimanere una questione secondaria nell’economia di una band: un discorso del genere porterebbe infatti i gruppi a concentrarsi eccessivamente dalla musica all’aspetto, facendo musica di merda, ma in maniera stra-glamour.
No. Mi riferivo piuttosto alla necessità di curare quei meccanismi che sono indispensabili in qualsiasi uscita discografica, indipendente o anche major, e che possono essere, che so… l’ufficio stampa.
Avere la volontà, quando non si ha ancora alle spalle una casa discografica, di farsi il più possibile le cose da soli, significa anche sapersi relazionare con maggior consapevolezza col famigerato mondo del “music business” una volta che le cose dovessero andare bene e si riuscisse ad ottenere un contratto.
Possedere già una propria formazione permette insomma di controllare più direttamente le proprie scelte come band e di conseguenza di farsi controllare meno da altri.

Influisce nella maniera in cui ha influito dal primo giorno: è importante non dimenticarsi mai da dove si arriva e chi si è, rimanendo sempre coi piedi ben saldi al terreno.
Anche se non credo che ci sia un assioma scritto, si può dire che tendenzialmente chi arriva dalla provincia è più motivato: ha più spinta e più carica iniziale proprio perché proviene da una situazione più deficitaria. Ad esempio, poniamo, un gruppo di Milano ha, tutto sommato, nel raggio di una ventina di chilometri quadrati tutto quello che la scena musicale può offrire, anche da un punto di vista di case discografiche ed agenzie, considerato che l’ottantacinque-novanta per cento delle risorse italiane è concentrato su Milano. E’ un po’ come essere “inconsapevolmente viziati”. Mentre il gruppo che arriva da una situazione più difficile ha una carica che spesso risulta determinante nel fargli conseguire gli obbiettivi che si pone. Nel nostro caso ad esempio, per quanto Torino non sia una piccola cittadina di provincia, questo ha contato tantissimo.

Assolutamente! Torino è una citta particolare, caratterizzata da quella serietà tipica del carattere dei piemontesi, che però alla fine si traduce anche in atteggiamenti concreti che possono essere il cercare di badare più alla sostanza che alla forma. Poco appariscenti ma molto concreti: in questo ci riconosciamo in pieno.

In modo determinante, come peraltro hanno influito tutti gli altri produttori! Noi siamo sempre stati molto rigidi per quanto riguarda le possibilità di compromessi con richieste esterne, come possono essere quelle della casa discografica. Ma la figura del produttore è da considerare a tutti gli effetti quasi come parte integrante della band. Quando si registra un disco il consiglio migliore è quello di cercare di “lasciar fare” al produttore, ovviamente nei limiti dei propri gusti e delle proprie aspettative. Tendenzialmente è inutile andare da un produttore e dire “voglio che suoni così”. Di solito ci si incontra, si ascoltano i demo, si parla, a volte si suona anche davanti a lui, e lui si fa un’idea. Il risultato è insomma un prodotto degli sforzi congiunti tra il produttore, con le sue scelte estetiche, e la band.

Quella scelta è stata sicuramente cercata da noi, proprio in fase compositiva. Ma per quanto riguarda Dave mi è piaciuta davvero moltissimo la scelta che ha fatto sulle sonorità. Mi piace perché Available For Propaganda, pur avendo le chitarre più in evidenza rispetto a Numb e quindi risultando con un suono un po’ meno saturo e tagliente rispetto al suo predecessore, riesce però a mantenere un suono per così dire “grezzo”, il che è esattamente quello che volevamo.

No, quella è la California! Non puoi scappare da quell’aria lì!

Bella! Tra tutte le cose che ho sentito questa è una delle più calzanti… “Provocando non poche polemiche facendo questo” aggiungerei io! C’era, e c’è tutt’ora, chi avrebbe voluto che ci ripetessimo all’infinito con lo stile dei primi due dischi, però, come dire… al cuor non si comanda.
I dischi sono figli del tempo in cui nascono e quindi sono assolutamente funzionali ad un momento storico. Cercare di fare sempre rivivere delle cose che sono pre-esistite oltre ad essere sbagliato è anche “poco efficiente”, perché il risultato non può che essere precario e, alla fine, deludente.

Fortunatamente l’avevamo capito molto tempo prima.

Mah… ha lasciato un’eredità che non so poi quanto sia apprezzata dai metallari più “true”, ma che è comunque l’eredità di aver aperto le orecchie e la mente di tante persone, liberandole finalmente dal tabù dell’equazione chitarra distorta-maligna-cattiva-rumore e altre banalità di questo tipo. L’intervento del Nu Metal ha di fatto – usiamola pure questa parola – commercializzato il genere. Trovo che non sempre la commercializzazione di per sé sia un dato negativo, posto che ci sia alla base un approccio onesto da parte di chi scrive la musica. A questo proposito trovo stupido l’atteggiamento di tanti giornalisti italiani – per i quali il termine giornalista è comunque un eufemismo – che hanno un atteggiamento pregiudiziale nei confronti dei gruppi: basta che un gruppo corrisponda a certe caratteristiche musicali che è implicita la stroncatura.
Un atteggiamento deprecabile perché è del tutto privo dell’approccio “emozionale”, che invece è alla base del nostro avvicinarci alla musica.
Prima di farmi tutte ‘ste pippe mentali su cosa è figo e cosa no, sento un pezzo. Se il pezzo mi fa drizzare i peli sulle braccia tutte le altre sovrastrutture cadono! Insomma: secondo me Toxic di Britney Spears è uno dei pezzi più belli che siano mai stati scritti, e non ho nessun problema a dirlo. Ce ne sono certi che ne fanno invece una questione di onore…
In effetti già il pensare di poter codificare la musica con delle parole, oltre ad essere molto presuntuoso come discorso, è del tutto inutile, perché le parole non potranno mai trasmettere le emozioni che la musica ti dà. La musica si trasmette su un piano istintivo. Prima ancora di elaborare dei concetti, sono le sensazioni che ti si impongono. Così ragionarci sopra in maniera postuma o, ancor peggio, pregiudiziale, oltre che inutile, è anche un po’ stupido.

No, non ci aspettavamo tutto questo successo in Italia, ma a dire la verità non ce ne siamo mai preoccupati troppo. Il motivo è che, come hai appena detto, noi siamo prima usciti dall’Italia, abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, e grazie a quello che abbiamo fatto l’Italia si è accorta di noi. Essendo questa la base del nostro modo di agire e approcciarci al discorso musicale, compositivo e professionale, non corriamo affatto il rischio di farci inebriare dal successo italiano. Anzi, per indole e natura siamo degli individui a cui piace sorprendere, in positivo e in negativo: non importa. Quello che ci interessa è suscitare delle emozioni. E quindi è possibile che il prossimo disco sia ancora una volta molto differente da quelli precedenti.

Eccome no! Scherzi! di definizioni del genere ce ne sono state appioppate a palate! Ma facendo un’analisi quasi – diciamo così – “socio-musicale”, direi che l’atteggiamento del pubblico americano nei confronti dei gruppi non-americani fino all’undici settembre era molto più spassionato, molto più aperto di quanto non lo sia oggi. E, senza voler fare di tutta l’erba un fascio, ho notato abbastanza frequentemente delle chiusure quasi autarchiche, quasi a dire: “questa musica l’abbiamo inventata noi, che cosa volete voi?”

Fondamentalmente l’approccio verso i pezzi in italiano, che continuiamo a suonare anche quando siamo all’estero, non è negativo, anzi! A dire il vero ho trovato più di una persona che mi ha detto che questo “italian flavour” è piacevole e interessante.

Assolutamente! Anche se d’altra parte credo che sarebbe impensabile cercare di imporsi sul mercato inglese o – appunto – americano con un disco interamente in italiano! Loro, al contrario di noi, sono molto più attenti alle parole. Da noi la musica inglese viene veicolata in continuazione attraverso i media, ma se davvero dovessimo andare a cercare chi capisce al volo i testi delle canzoni ne troveremmo uno su cento! Loro sono in questo senso invece molto più legati al poter comprendere il cantato.

Sì, forse perchè sono in qualche modo i “fornitori” del rock ‘n roll da quando è nato!
Però fondamentalmente penso che si debba trovare un equilibrio in questa situazione. In questo senso noi includiamo sempre due pezzi in italiano all’interno dei nostri dischi. Ci piace pensare che con dei piccoli “assaggini” questo tipo di discorso possa passare anche all’estero.

No, non lo sapevo…

(ride) Noo! Ahaha, non sapevo! Manuel è un amico, e conoscendo lui e il suo carattere posso dire che è una persona stupenda, e un fior d’artista, di cui dovremo solo essere grati come Paese. Però conoscendo le sue intemperanze (ride) non vedo impossibile questa cosa, anche se mi lascia un po’ esterrefatto!

No. Credo che anzi la percezione della musica italiana all’estero sia pessima. E questo non dipende dal fatto che manchino gli artisti validi, ma dipende dal fatto che mancano delle strutture che siano capaci di promuovere questo discorso. Quando sento Fini dichiarare che Umbriajazz non serve a niente mi si gela il sangue nelle vene. Capisco che abbiamo bisogno di produrre dei beni materiali, che abbiamo bisogno di industria, di terziario e tutto il resto, però, guardando soltanto poco oltre il nostro confine, ad esempio in Francia, piuttosto che in Olanda, ci si rende conto che esistono dei Ministeri della Cultura che si occupano di promuovere i loro artisti anche sovvenzionandoli. Questo avviene perché hanno la lungimiranza di capire che promuovere la “pratica artistica”, oltre ad essere una cosa bella di per sé, è anche una cosa che ha una prospettiva commerciale. Basti guardare a quello che è successo agli svedesi: la scena musicale svedese è oggi estremamente fiorente, e ha anche una grande ricaduta commerciale, ma quello che non si dice è che nel ’94 il governo svedese costruiva sale prova per far suonare i gruppi. E nel giro di tre anni ti trovi gli Hives in classifica e tutta una serie di gruppi che hanno spaccato le charts, anche quelle del marcato americano.
In realtà c’è bisogno del sostegno da parte delle istituzioni, fosse anche solo per una questione ideale. La disciplina artistica è una di quelle cose che abbelliscono la vita civile, e il fatto che dei politici come appunto Fini si permettano anche solo di considerare il jazz come una cosa non valida per l’interesse del paese è una cosa agghiacciante.

A dire la verità in questo momento in Italia non c’è molto che ci interessi. Negli ultimi due mesi ho avuto la fortuna di girare un po’, e tornare in Italia con tutte le solite polemiche, le elezioni e la situazione politica che avevo lasciato, mi ha davvero fatto salire un depressione senza precedenti. Questo non toglie che ci siano degli artisti che stimo molto…

Ad esempio ci sono i Cor Veleno che sono un gruppo hip hop di Roma: hanno delle radici comunque hardcore e molti più tratti comuni con l’hardcore in termini di principio di quanti non ne abbiano tanti altri gruppi che magari si fregiano dell’etichetta “hardcore” e poi risultano solamente ridicoli.
Per il resto in Italia direi che non c’è molto per quanto riguarda il nostro discorso.
E’ possibile comunque che per la legge dell’alternanza il prossimo disco abbia delle collaborazioni.
Ed esprimo un pensiero che è solo mio, in quanto non ne abbiamo ancora parlato con la band, ma a questo giro qua mi piacerebbe avere degli ospiti internazionali.

(Ride) sparo grosso, ma neanche poi così tanto, visto che sono riuscito ad avere il suo numero di telefono e ci siamo anche sentiti in seguito: Max Cavalera!
E’ una persona tra l’altro eccezionale, con la quale mi piacerebbe molto collaborare.

Sì, ci è capitato. Ma l’incazzatura non deriva dall’attribuzione ad uno schieramento piuttosto che ad un altro. L’etichettatura infastidisce perché non abbiamo mai e poi mai voluto essere associati a un contesto specifico. Noi siamo tendenzialmente tutti di sinistra, ma – al di là di questo – trovo che quando si parla di politica ci si rifaccia a degli schemi ormai anacronistici. E’ questa una cosa che sostengo da anni: dal crollo del gigante sovietico in avanti, parlare di destra e di sinistra non ha più molto senso, nella misura in cui non ha più senso parlare di “fascisti” e “comunisti”. Sono cose che appartengono al Novecento, e il Novecento è finito. I problemi con cui dobbiamo confrontarci sono cambiati: non ci sono più due potenze contrapposte, ne è rimasta solamente una. Tutt’al più adesso il problema è come contenere il capitalismo, come direzionarlo. E allora ci sono quelli che potremmo definire ultraliberisti che sono più propensi alla liberalizzazione totale ed assoluta, come avviene negli Stati Uniti, dove, per fare un esempio noto, la sanità si paga e se non hai i soldi muori per strada, e dall’altra parte ci sono quelli che ritengono giusto regolamentare il sistema economico in vista di una redistribuzione delle risorse più equa. Anche perché, se non sarà così, prima o poi i paesi poveri diventeranno numericamente il quadruplo di noi e ci schiacceranno.
Per rispondere alla prima parte parte della tua domanda penso che irreggimentare un discorso musicale o latamente artistico in una visione partitica porti solo alla noia e alla ripetizione sterile degli stessi concetti.

Cercate di tenere la mente aperta, sempre.