Premetto che per chi non avesse voglia di leggersi tutto l’articolo ho applicato un post-it in fondo all’articolo, un bignAmi, per intendeci. E’ poi ovviamente possibile commentare fingendo di aver letto tutto. Per quanto mi riguarda, questo, è un atto d’amore.
Day 1
MiAstengo?
L’idroscalo e lo spazio intorno al Magnolia abbracciano la meglio gioventù di questo paese con amore e un certo freschetto senza zanzare.
Nello spazio verde che circonda il locale sono tantissimi gli stand delle indies nostrane, grandi e piccole, e molte altre cose molto interessanti, che mostrano un paese giovane creativo e appassionato, che non trova molto spazio al di fuori della sua autoreferenzialità, ma che però c’è, e che fa cose anche molto belline (e non solo tante chiacchiere). Arrivo che già suonano i Mariposa di Enrico Gabrielli. Il “vice” dei Mariposa è un incrocio ben riuscito tra un Lucio Dalla d’annata e Augusto Daolio dei Nomadi, e sfoggia una t-shirt bella bianca con su scritto “io appartengo a Gesù”, e un paio di shorts da jogging rosso fuoco. Dritti dritti dagli anni settanta. Show divertente e bello, alle volte anche eccessivamente, tanta sostanza tra riferimenti zappiani, canzone d’autore italiana con la c maiuscola, e psichedelica tra il ‘68 e i ‘70. Alla collinetta hanno già inziato I Late Guest At the Party: un boato di attitudine, tengono il palco da consumati intrattenitori, nerd scamiciati, esagitati, acidi e rissosi, coadiuvati qua e là da una incursione dei Did di Torino, fanno un casino disco-phunk più estremo ed elettronico che su disco: fanno muovere i culi, e ballare. E va bene così. Anche se niente mi toglie dalla testa che una band che aspirava ad affermarsi come la next big thing dell’indie nostrano dovrebbe esprimere dal vivo una performance tecnicamente un po’ meno raffazzonata.
E poi c’è Dente, che sul palco principale inizia scazzato, sotto tono, girato di palle e stanco. Una persona che si annoia diventa a sua volta noiosa. Sotto al palco una marea di gente, e una marea di ragazzine che a memoria conoscono ogni angolo dei suoi testi. Fa bene vedere scene del genere. La pioggia risparmia il pubblico: probabilmente Dente aveva una battuta pronta sulla pioggia, nel taschino, ma non la può dire. La relativa novità sta nella backing-band che fa di tutto, spinge, e anche bene. Ma solo quando arriva Enrico Gabrielli (che si rivelerà vero prezzemolino del festival) col suo flauto traverso ed un sacco di improvvisazioni in tasca, anche Dente si ridesta, e diventa più incisivo (ehm…). Mentre dal backstage fa capolino Carlo Pastore, a sottolineare la solennità del momento. Dente è con ogni evidenza l’uomo giusto al momento giusto per una generazione di ragazzi più giovani di lui. Per me, che ho la sua stessa età, la sua performance è un Sei Più.
Nella notte, saranno i Ministri, sarà Max Collini, sarà la bella atmosfera che si respira all’Idroscalo, o i miasmi della tangenziale, sogno un’ improbabile vittoria preponderante della sinistra alle qui imminenti elezioni europee, una cosa tipo 70 a 30. E non so nemmeno il perché ci dovrei poi vedere un motivo di riscatto individuale, a tal punto da farne oggetto dei miei desideri più profondi. Non lo so, e non lo voglio sapere. Ho bisogno di meno cinismo evidentemente.
Day 2
Core de mamma/Cieli neri
Li abbandono sugli ultimi brani e mi godo i tanto attesi BlakE/E/E/E che, proprio quando diverse pinte di birra cominciano a mandarmi una leggerezza invidiabile al cervello, mi fanno veleggiare con la delicatezza delle loro costruzioni, con il loro psych-folk a volte desertico (The Thing’s Hollow), a volte più marcatamente delirante nella wave (New Millennium’s Lack Of Self Explanation), o nel post-rock acustico, forti delle loro impalcature delicate e di alcune strutture di neve, di leggerezza e disperazione infantile appena accennata. Lievi e volatili come l’anice con le mosche, o l’assenzio con lo zuccherino. Funzionano muy bien. Da tenere sotto stretta osservazione.
Ho bisogno di respirare, e vado infatti verso la zona respiro, dove seduti sull’erba un gruppo sparuto di ragazzi assiste alla mini conferenza sullo “sbattezzo” tenuta dagli autori dell’omonimo fumetto “Quasi quasi mi sbattezzo”, giunti all’onore delle cronache sul Mucchio e su alcune altre riviste ancora libere.
Cosa divertente e stralunata, però anche vera, un po’ come tutto questo Mi Ami.
Un po’ come la voce di Stefano Edda Rampoldi, che sì, è l’”Edda Come Vorrei” che Manuel Agnelli cantava nella meravigliosa omonima canzone di Hai Paura del buio. Che sì, è ovviamente l’Edda dei Ritmo Tribale, che qui a Milano godono di affezionatissimi fan. E infatti il palco della collinetta non è mai stato così gremito. L’evento è ghiotto e importante. Edda non delude le aspettative. Anzi ruba il cuore, con brani cantati sempre con una voce suadente e potentissima, dolce e intensissima ed alta come una montagna, un Manuel Agnelli con più sofferenza, un Moltheni con molta più energia, rabbia, e molto più ubriaco di entrambi. Ma è una rabbia dolce, sconfinata, piena d’amore. Edda ispira, libera, abbaia, infonde vita. Decisamente quanto di meglio ho visto finora, e se il buon giorno si vede dall’anteprima, allora questo imminente lavoro dell’Edda solista sarà una delle uscite discografiche più interessanti e di valore della prossima stagione.
Ed io vorrei morire qui, e ci provo. Però c’è anche domenica.
Per intanto mi spengo e concludo di fronte ai Linea 77, che riempiono com’era prevedibile il parterre del palco Pertini più di chiunque altro. Carichissimi come al solito, ormai consumati animali da palco, gestiscono la cosa con maestria e navigata professionalità, infiammando frotte di ragazzini (e non solo) molto pronti al pogo, aizzati evidentemente dalla precedente performance degli Statuto, da me trovata molto meno interessante di una birra e di uno sbattezzo. (Mentre mea culpa mi sono perso i miei – e loro – concittadini Arsenico, che suonavano evidentemente troppo presto per i miei ritmi, e che mi riprometto di inseguire prossimamente). Ora, non dirò che i Linea dell’ultimo tour hanno spinto troppo sul pedale del metal, varcando il confine tra una geniale band hardcore piemontese e una qualsiasi metalcore band west coast americana. Non dirò quanto preferivo il loro suono scarno ma grondante rabbia a queste chitarre grassocce che snaturano ogni pezzo. Non dirò che fare un immenso rumore senza soluzione di continuità equivale a sfiorare i confini del silenzio, a implodere dentro se stessi. Ma l’ho detto. Però convincono ormai sulla fiducia, ritualizzano ed istituzionalizzano il pogo, e fanno anche una versione di Inno all’odio mostruosamente aggressiva. Ora sta a loro decidere se spingere di più o meno, ma così non si può restare, se non a costo di diventare la parodia di se stessi.
Un po’ di shopping tra gli stand delle varie label, discografiche e non, un abbraccio a Max Collini (che vendendomi di persona la spilla di Vladimir Yashenko si vede costretto a farmi un “ventrale” come solo lui sa fare) e me ne torno a casa piacevolmente carico di belle cose, in tutti i sensi.
Day 3
Rock Save Italy
Mentre il Miami è già in pieno corso io sono finito per un aperitivo a Corso Sempione. A questo proposito va detto che Corso Sempione è una versione milanese e iperrealistica di Second Life, ove i Milanesi di un certo calibro monetario, o presunti tali, vanno a fare l’aperitivo. Mi aspetto che qualcuno inizi a volare da un momento all’altro, ci sono modelle, finte modelle, modelli maschili molto rurali tipo l’Owen Wilson di Zoolander, persone che sembrano aver parcheggiato il panfilo appena dietro l’angolo e cani stranissimi. E la gigantesca effigie di Lapo Elkann che guarda e protegge tutto questo ben di dio dall’alto dei ponteggi dell’arco di Parco Sempione: è la pubblicità di Virgin Radio, che ci propone lo slogan “Rock Save Italy”. Difficile. Mi logautto da questa Milano e raggiungo un’altra città, che i Super Elastic Bubble Plastic già suonano. Ok niente da segnalare. Incontro il tipo noise-lucano, e mi faccio fare una rapida retrospettiva di quanto mi sono perso. Mi dice che i Leeches “hanno spaccato”, in particolare quando hanno tirato fuori briochine per il pubblico, di cui alcune passate provvidamente sul culo dal frontman e tirate alla folla (“gli stooges di bari vecchia” Sic.), e poi Giorgio Canali che, nonostante le critiche, secondo la quali avrebbe perso l’aggressività delle prime prove in funzione di una forma canzone più rabbonita e quieta, suscita sempre un grandissimo affetto, e dimostra che dal vivo sa stregare ancora (in particolare quando esegue Precipito, un inno rock definitivo che chiunque dovrebbe ascoltare), e che ancora è segnalato come una delle cose più belle e interessanti della serata. Io gli auguro una lunga vita da solista, perché davvero è una voce inquieta, arrabbiata, interessante, magari imprecisa, spiacevole a volte, ruvida, ma mai e poi mai banale o retorica. E poi i Julie’s Haircut, il mio amico si strega nel capire chi dei due cantanti sia il nerd indegno del brano degli Offlaga Disco Pax, mentre da sotto gli amplificatori questa band sfodera un post-rock musicalmente eversivo venato di elettronica e psichedelia, che nelle loro idee chitarristiche veicola l’ideale di una musica che o ti libera o ti respinge, tracciando il confine netto tra chi ha la capacità di farsi sognare mondi distanti ed utopici, poiché possibili, e chi si rassegna alle bassezze di ciò che vede e che c’è. La piccola, prolissa, irrefrenabile e definitiva vendetta della fantasia, qui ed ora, che si rivela come la vera chicca della serata: musica per cervelli fuori sintonia, per una band eccezionalmente matura, nello splendore delle sue forme in atto. I Marta Sui Tubi stanno già suonando Cinestetica, che a me piace veleggiare qua e là. E vorrei che il Mi Ami non finisse mai, andasse avanti ad oltranza, tutti i giorni, come prova di forza, come prova di una vitalità infinita, come elemento costantemente creatore di reti sociali, di belle relazioni umane, di spinte sovversive. Ma il tipo che mi ha strappato l’abbonamento all’ingresso non me lo ha più ridato: è il mondo reale che urla e che preme da tutte le parti alle mie spalle, da tutti i lati, e mi fiata sul collo. Chissà di quanto vince domani Berlusconi.
Post-It
Il Mi Ami del 2009 è stato una festa che ha mostrato i muscoli, prendendo il posto preponderante di altre rassegne ufficiali dell’indipendente italiano, e che ha affiancato a nomi di maggior peso (Ministri, Beatrice Antolini, Linea 77, Julie’s Haircut, Marta Sui Tubi, Mariposa, Dente) proposte anche minime e in alcuni casi coraggiose, dotate di spessore e talento vero. Segno che ci troviamo di fronte ad un festival che svolge bene la sua funzione. Ma segno anche che ci troviamo di fronte ad un bel fermento. E ciò non è del tutto peregrino, perché si respira in qualche modo, e da qualche anno, un’aria nuova. Perché ad un certo punto della storia di questo Paese, è successo che una generazione di ragazzi si sia messa a fare musica dimenticandosi di tutti i provincialismi odiosi e imbarazzanti che ancora attanagliavano le menti di molti della mia, di generazione. Buttandosi alle spalle tutto, e affrontando la cosa col cipiglio giusto, senza mostri sacri, senza timori reverenziali, con un bel fuck this fuck that stampato in faccia. E va bene, perché questo ha significato poter, e saper fare le cose alla pari, o almeno senza l’invidia del pene degli altri gruppi d’oltremanica o d’oltreoceano (vedi questi The Records, vedi questi Did, vedi i Late Guest at The Party o gli Hot Gossip, e un po’ tutta questa ondata di italiani perfettamente anglofoni tanto nelle chitarre quanto dietro al microfono, stile Settlefish, per intenderci). Il problema – se ce lo si vuole vedere – è l’altra faccia di una medaglia super-brillante. Perché quanto è successo negli ultimi anni alla nostra scena musicale ha anche comportato di snaturare e ridurre la particolarità che solo un senso di insufficienza, di estraneità, di limitatezza vogliamo, ci ha imposto, negli anni, producendo, è vero, nefandezze orribili, ma anche gruppi di futuribile grandezza, che aggiravano l’ostacolo con il loro genio e la loro irriducibile irripetibilità.
La domanda che ci dovremmo ora porre è: vogliamo fare musica esattamente come fossimo nati a Manchester o a Chicago o a New York, oppure vogliamo pretendere dal nostro rock e dalla nostra musica una via unica ed irripetibile, non omologata, che produca qualcosa di veramente particolare e non riproducibile altrove?
Perché, a dirla tutta, ho al visto qui al Miami tanta bella musica, bella e ben suonata, è vero, tanta professionalità, tanta leggerezza impegnata ed allegria, un paese finalmente liberato dal cancro della sua tristezza culturale, almeno qui ed almeno in questi tre giorni. Ma se devo essere sincero, le cose che ho trovato estremamente particolari, e tanto stimolanti quanto appunto locali e proprio PERCHE’ locali davvero degne di interesse, anziché del loro omologo d’oltremanica o d’oltreoceano, sono sempre ben poche. Tra queste, a parte i soliti noti, vorrei segnalare i Late Guest At The Party che nonostante fuori tempo massimo con la loro indie ballabile e disco-punk riescono tuttavia a sopravvivere, grazie alla sostanza presente in sottotraccia, alla loro romagnolità da discotecone, alle invenzioni personalissime, e felicissime, che innestano sopra a questi cliché. I BlackE/E/E/E che partendo da Bologna come Franklin Delano e finendo dall’altra parte dell’oceano scrivono ora sotto questo nuovo nome una pagina musicale non ancora scritta. E di questo li ringrazio. E last but not least I Sense of AKasha che corrono il rischio di essere gli Uzi & Ari de noantri e poi lo schivano, grazie al sentore di quell’elemento che innerva l’aria e la terra scoscesa delle loro montagne, al limitare dei nostri confini.
Altri nomi che ho trovato estremamente confortanti sono i Thousand Millions, che sfuggono alla trappola di rifare gli Arctic Monkeys propondendo un’alta dose di lirismo e melodia da saletta di provincia, nella loro accezione migliore. E poi i Vermillion Sands dove arrangiamenti country-folk volutamente sudisti convivono con una voce scazzata da riot grrl della bravissima frontman che manco le L7 ai tempi migliori. E poi Il Pan Del Diavolo, con i testi in italiano, un po’ rino gaetano, il ciuffo quasi rockabilly e le cupezze dei bad seeds. E poi ancora sul versante punk i Sick Tamburo, navigati e riadattati, con un uso del testo in italiano e della chitarra davvero efficaci ed interessanti, che riconfermano La Tempesta come una delle case discografiche più attraenti e di qualità del nostro panorama. E dei rinati Arsenico, che probabilmente andrebbero considerati meglio, come al loro primo disco, e di cui vorrei dare notizie più esaustive in futuro. Sul versante emo e dintorni, che non poteva mancare in una città come Milano, trovo che la proposta dei Grenouille sia la più credibile e di spessore, per la capacità di scrivere in italiano testi semplici ed incisivi, e di interrogarsi sulle proprie radici anni novanta e nirvaniane, attualizzando la lezione dei Verdena. Meglio dei Notimefor che, professionalissimi, ripetono la lezione a papera e potrebbero essere confusi con qualsiasi band di esagitati scaterini west coast.
Una nota particolare per la strampalata corrente neo beat che attraversa questo Mi Ami, in sordina ma prepotentemente, con stile, ed ironia come dev’essere. I Love Boat, I Ganzi, E poi Gli Statuto sul versante ska, ma che in quanto a stile non la mandano a dire a nessuno, sebbene non siano mai stati la mia tazza di tè preferita. E con questo, come dicono quelli seri, da Milano è tutto. Passo e chiudo.