Marie
Ogni volta che mi ritrovo ad ascoltare una nuova astrusità discografica targata OvO non posso fare a meno di domandarmi a quale pubblico può circoscriversi una musica-non musica del genere (de-genere?). La maggioranza degli ascoltatori, mi sono detto, sarà costituita da sacche di sedicenti
apocalittici desiderosi di “nobilitare” la costellazione dei propri status symbol musicali; poi ci saranno sicuramente i weird seekers e gli irriducibili collezionisti di amenità-musicali-sopra-le-righe-un-tanto-al-chilo, di quelli – per intenderci – che a stento saprebbero distinguere gli Anal Cunt dagli Agoraphobic Nosebleed; qualcuno, forse anche parecchi, potrebbero perfino percepirli con la stessa penetrazione empatica e immedesimazione cognitiva di un carcerato partenopeo che ascolta Mario Merola; immancabile, infine, una vasta fetta di (a)critica specializzata con annessa tendenza ad incensare (in modo proporzionale alle velleità campanilistiche) i dischi che più solleticano i suoi pruriti intellettuali – o semplicemente il suo masochismo uditivo, secondo il principio per cui quanto più una proposta è criptica e spigolosa nella sua oltranzistica impenetrabilità, tantopiù merita di essere glorificata come artistica.
Ciò che volevo dire nella mia verbosa introduzione è che la tanto conclamata (da critica e gruppo) inclassificabilità della proposta, il tanto strombazzato calderone di generi e suggestioni e influenze più o meno subliminali che dovrebbe costituire la sorprendente cifra stilistica della band, sta diventando fin troppo prevedibile nella sua programmatica a-programmaticità. Talmente autoindulgente da sfiorare, forse, l’autoparodia. Ascoltare l’ennesima uscita degli OvO è come tornare a casa ubriachi e sintonizzare il televisore su rai 3 dove stanno trasmettendo fuori orario. Vedi quest’uomo emaciato e sudaticcio con evidenti problemi tricologici, Enrico Ghezzi, che parla di oscuri registi industrial-depressive-gore giapponesi adoperando un linguaggio esoterico.
All’inizio l’impatto è stordente, alieno e in un certo senso magnetico, ma dopo un po’ l’espediente stufa, ciò che destabilizzava si fa clichè stantìo, e quel che resta è la smania di vedere un film che nel caso di Cor Cordium non arriva quasi mai.
Per chi li conoscesse già, la solfa sulfurea è sempre la stessa; per i neofiti si può parlare di una musica minimalista, ghignante e arcigna, che fa del rumorismo dada, del lo-fi abrasivo e della monoliticità purulenta la propria bandiera. Notevole come al solito l’ugola estremamente duttile di Stefania Pedretti, capace di coniare una vocalità che sotto l’apparente nonsense di fonemi sconnessi, gorgoglii strozzati e rantoli bestiali cela un vero e proprio linguaggio espressionista la cui sintassi è data da tutti quei suoni più o meno naturali zampillanti sofferenza e lacerazione (l’accostamento illustre a Diamanda Galas è in parte meritato, basti sentire il picco del disco, l’eccezionale “the owls are not what they look like”, a metà tra colonna sonora thriller e desolazione tribalistica in salsa Neurosis). Dove gli Ovo convincono meno è, ironicamente, nelle canzoni più canoniche (“lungo computo”, “orcus”) o nelle lunghe masturbazioni free-form ambient-drone (gli insostenibili 7 minuti di “penumbra y caos”), gli episodi, insomma, in cui il paragone con i numi ispiratori Swans, Einsturzende Neubauten, Khanate, Darkthrone, Merzbow, è davvero impietoso per consapevolezza dei mezzi e maestria scenografica.
Se vi incuriosisce l’idea di ascoltare dei Sonic Youth lobotomizzati alle prese con una jam art brut nel cortile di un manicomio abbandonato, provate a conceder loro una possibilità; se invece pensate, come me, che il minimalismo possa tramutarsi facilmente in pressapochismo e le velleità cacofoniche, a volte, siano solo uno stratagemma per occultare qualche limite strutturale, allora lasciate il cuor dei cuori a pulsare nella sua nicchia sotterranea.