Recensioni

Ghost Culture – Ghost Culture

Ghost Culture – Ghost Culture

Nei tre quarti d’ora di questo viaggio, Detroit non è affatto lontana e questo è messo nero su bianco fin dall’apertura dell’album, affidata consapevolmente a “Mouth”. Poi, inaspettata, alla fine arriva “The Fog”, una filastrocca che ruota dolcemente su se stessa e ci lascia al punto di partenza, con un ultimo frame nebbioso e, insieme, tanti colori.

Beat Spacek – Modern Streets

Beat Spacek – Modern Streets

Quest’ultimo lavoro, come il resto della sua discografia, trascende gli stili, concentrandosi sullo Swing, sull’atmosfera. Una lettera d’amore verso il futuro e inno al passato. Che si esprime attraverso il Post-Punk paranoico di “I Wanna Know”, la Nu-Wave Pop di “Inflight Wave” e nella selezione delle più raffinate componenti Dubstep “Alone In Da Sun”. E non c’è nulla da fare, anche questa volta la musica del nostro si può definire solamente con le parole “anima” e “carisma”.

Tokio Hotel – Kings of Suburbia

Tokio Hotel – Kings of Suburbia

Il fantasma che si vede più spesso passare rimane quello degli Empire of the Sun: perfetto compromesso fra sfarfallamenti vari, onde psichedeliche e vocoder spaziali “Cover in Gold o Never Let you Down”. Non male però. Lo stesso vale per il vincente singolo “Love who Loves you back” (ah, date un’occhiata alla copertina del singolo: nel frattempo sono diventati anche veri maschietti) che pare uscito da Ice on Dune degli Australiani appena citati.

Verdena – Endkadenz Vol.1

Verdena – Endkadenz Vol.1

Il talento con cui i Verdena riescono a spaziare, facendo su e giù attraverso le superfici decennali del rock, alla stregua di uno Stratonautilus, incorporando la lezione psichedelica di Beatles, Syd Barrett, e Flaming Lips, e l’anima del pop d’autore italiano, ha dell’incredibile.

Trent Reznor & Atticus Ross – Gone Girl Soundtrack

Trent Reznor & Atticus Ross – Gone Girl Soundtrack

Il sound “mentale” di Gone Girl con la sua elettronica quasi ancestrale e concreta al contempo, scava fino al midollo le angosce dell’ambiente circostante e il disagio dei meandri del subconscio. Tutto è un teatro di falsificazione dominato dall’inganno del sé, dove pubblico e privato si sommano tra loro, cancellando i labili confini. Ogni angolo buio della realtà è un universo sonoro e visivo nel quale niente è come sembra.

Marilyn Manson – The Pale Emperor

Marilyn Manson – The Pale Emperor

Ne viene fuori un lavoro che potremmo collocare fra Mechanical Animals e Holy Wood, un’opera discreta, impressionista e a tratti slabbrata, ma che mantiene tutte le peculiarità del canovaccio Mansoniano. Diversi buoni brani si stagliano alle spalle del singolone di cui sopra. Siano Blues songs vampirizzate “Killing Strangers” – Pezzo al quale il reverendo mette l’accento per via delle diatribe inerenti al massacro della Columbine “we got the guns / you better run” Ndr -, o il consueto Industrial Gothic Rock di fabbrica “Deep Six”.

Sleater Kinney – No Cities To Love

Sleater Kinney – No Cities To Love

A dieci anni di distanza da The Woods (quasi a rimarcare che da queste parti l’esigenza espressiva non può sottostare a mere considerazione di carattere economico), esce questo “No Cities To Love” che segue la via segnata dal suo predecessore, superandolo in diversi frangenti.

Angels & Airwaves – The Dream Walker

Angels & Airwaves – The Dream Walker

Un disco che, a tratti, mi ha preso per mano, guidandomi nel sogno di un visionario che molti deridono. Un Don Chisciotte venuto dal Mainstream. A conferma di ciò, c’è una scena tratta dal documentario “Start the Machine”, che ci svela il dietro le quinte delle registrazioni di “We don’t need to whisper”. In questa scena vediamo Tom che discute coi membri della sua band, ora quasi tutti fuoriusciti, mentre un montaggio alternato mostra vari articoli di giornale che ospitano le sue farneticanti dichiarazioni, della serie “Cambieremo la storia del Rock!”

Menace Beach – Ratworld

Menace Beach – Ratworld

Quello che colpisce in positivo della band Inglese rimane l’effetto straniante d’insieme, nonostante la dolcezza che permea apparentemente le tracce: distorsioni ed effettistica a servizio emozionale. Il discorso viene dipanato attraverso un vademecum costellato di malattia-pop, figlio di ansie, insicurezze e malcelata ricerca dell’autostima “Blue Eye”. “Sprightly 33 minutes” la loro definizione del tutto, o meglio quello che ci vogliono fare credere, perché nonostante le tinte pop, la sofferenza rimane tangibile. Liza lo sa benissimo, e non ha fatto nulla per nasconderlo.

Nesseria – Fractures

Nesseria – Fractures

Quello che sorprende continuamente in questo Fractures è il modo in cui i brani progrediscono, allacciando parti più pacate e più sconfortanti ad attimi di violenza furiosa, trasformando la band nella variante “semplice”, meno concettuale ma non per questo meno efficace dei cugini francofoni sopracitati.

Pixies – Doolittle 25

Pixies – Doolittle 25

Sono passati 25 anni dalla nascita di questo amico, di questo mio “quasi coetaneo”. Ancora oggi mi interrogo sul suo senso, senza grossi risultati. Ma uno, per quanto possa sembrare banale, forse l’ho raggiunto, perché ogni volta che riascolto “Doolittle”, oscillando come un cretino al suono di “Mr Grieves”, canticchiando sotto la doccia, o sotto la pioggia, “Here comes your Man”, o esaltandomi con la sfuriata di “Crackity Jones”, mi ricordo, ancora una volta, che la musica è prima di tutto libertà, e fantasia, e voglia di creare qualcosa di grandioso, qualcosa di speciale, che racconti una storia incredibile, una storia che, malgrado tutto, resisterà, contro le lancette del tempo, contro le sue falci. Non si smette mai di imparare da “Doolittle”.