Recensioni

Dolly Parton – Blue Smoke

Dolly Parton – Blue Smoke

La prosperosa cantante del Tennessee ha in più una capacità di confrontarsi con il cambiamento che la impone ancora oggi, a sessantotto anni suonati, come una delle artiste più coraggiose nel panorama musicale internazionale. E questo a dispetto delle chiacchiere che la sua immagine negli anni ha creato. Anche in questo lei è perfetta nel tenere separata l’arte dal gioco. Una garanzia.

Kindness – Otherness

Kindness – Otherness

Alla fine si sente una dannata mancanza delle altre facce di cui Kindness sembrerebbe disporre. A proposito di facce, in copertina si opta ancora per un primo piano: stavolta molto riflessivo, l’altra volta gentilmente sfrontato. Gli ospiti ovviamente ci sono ma Kelela è meno efficace che nel suo album solista e Robyn, come al solito fa Robyn, cioè una cosa di cui non si è mai avvertito il reale bisogno.

The Drums – Encyclopedia

The Drums – Encyclopedia

Nel complesso non possiamo definirlo un ascolto spiacevole. Scivola via senza dare troppo fastidio, perfetto come sottofondo, malgrado la cupezza delle liriche. Un po’ come certe enciclopedie, che una volta riposte sullo scaffale, diventano parte dell’arredamento. Quasi una protesi della parete.

Future 3 – With and Without

Future 3 – With and Without

With and Without corre lungo strade da tracciare, itinerari che hanno il sapore inconsistente e affascinante di attimi diurni e istanti notturni, vive di paesaggi cinematici, di un sound caldo e freddo, di suggestioni musicali fatte di vuoti e pieni, di anime schive e angoli lontani tutti da esplorare.

Cristina Donà – Così Vicini

Cristina Donà – Così Vicini

Un disco di Cristina Donà è quasi sempre un gioiello prezioso, una piccola gemma da custodire ed amare, nutrito di una femminilità mai scontata, né leziosa. Vale così anche per “Così Vicini”, un lavoro in cui lasciarsi immergere con calma e pazienza, un altro importante e significativo capitolo della sua carriera che – a guardar bene – non ha mai prodotto dischi pieni e perfetti, piuttosto dei piccoli grandi tasselli di un percorso cangiante ma sempre di altissimo livello. La classe non è acqua e in questo caso, è decisamente femmina. Rallentate progressivamente e infine fermatevi ad ascoltarla, ne varrà la pena.

Fast Animals And Slow Kids – Alaska

Fast Animals And Slow Kids – Alaska

In una sorta di rito catartico che instaura, nella dialettica fra officianti ed uditorio, una dialettica da pari a pari. Ed ecco che alla crisi di valori, e all’assenza di prospettive di quest’anti-epoca, si oppone un’anti-epica, che trova nella coscienza dell’inutilità dell’esistente, e nel farsi forza l’un l’altro difronte al nulla, il proprio codice identitario.

Johnny Marr – Playland

Johnny Marr – Playland

Un’occasione mancata per un artista che ha fatto la storia della musica, che non ha mai avuto paura di reinventarsi e che sembrava aver trovato una verve creativa tutta sua: tutte premesse che con quest’album non si sono concretizzate, ma che fanno sperare bene per eventuali lavori futuri. Però, Johnny, fai con calma.

Zola Jesus – Taiga

Zola Jesus – Taiga

A: Oh, ma l’hai sentito l’ultimo singolo di Spice Madonna? B: Chi, scusa? A: Spice Madonna, dai! Lo passano sempre su Radio Subasio B: … (dialogo breve su piccole espressioni stupefacenti di deprimenti declini scintillanti)

Gazelle Twin – Unflesh

Gazelle Twin – Unflesh

Alternando l’aggressività di industrial beat sintetici – GUTS –, alla dolcezza malinconica di nenie per figli mai nati – Premonition –, Elizabeth Bernholz esplora a tutto tondo la tematica del rapporto con il proprio corpo, qui grandissimo antagonista. Un viaggio che si apre e chiude in maniera altrettanto drammatica – Stille Life – e che rivela un modus operandi molto differente, sia nel soggetto che nel suono, rispetto all’album di debutto

Antemasque – S/t

Antemasque – S/t

L’opera di questi due folli è come un’edera rampicante che si dirama ovunque la portino i significanti del loro orizzonte musicale, letterario, pittorico, cinematografico. Un film proiettato nel futuro, le cui riprese sono ancora in pieno svolgimento. E Noi, più che tirare le somme, dovremmo semplicemente gustarci la scena, mentre loro ne allestiscono già un’altra. L’ultima, ad esempio, è bellissima.

Iceage – Plowing Into The Fields Of Love

Iceage – Plowing Into The Fields Of Love

L’impressione generale è che il disco si davvero qualcosa di valido, benchè risulti ostico in partenza. Difficile, si, ma se avete la pazienza di farlo entrare, sarà la vostra seconda pelle. Unico avvertimento: se siete depressi non ascoltatelo. Vi lascierebbe con quel senso di pessimismo estremizzato paragonabile soltanto all’ascolto di G.I – Germs -. La musica degli Iceage è decadente, oscura e non lascia presagire nulla di buono. Non lascia speranza.

Sumerian Fleet – Just Pressure

Sumerian Fleet – Just Pressure

E non credete di rimanere in un mondo troppo passatista, perché possiamo trovare delle levigate arie di synth-wave alla Tropic of Cancer (Gone for Good) o respirare quei sentori dark-dance che tanto avremmo voluto apprezzare nel secondo album dei Trust (Orbiting, Patient #7).
Un altro bellissimo colpo messo a segno dalla Dark Entries Records; Just Pressure è senza alcun dubbio l’album “dark” dell’anno.

Caribou – Our Love

Caribou – Our Love

Ecco, se Burial potrebbe essere/non essere/sembrare Kieran Hebden, allora questa bomba piazzata verso la conclusione dell’album ci permette di scherzare per un secondo con l’idea che ‘Jay Paul’ (quello di Jasmine, per capirsi) sia/non sia/sembri Dan Snaith.