Recensioni

Hollow Leg –  Crown

Hollow Leg – Crown

Un album dai tratti filologici dunque che, pur inseguendo i classici stilemi Sludge, riesce comunque a ben delineare il lato più sporco delle visioni tradizionali di genere all’interno di un vortice reazionario fatto di sabbia e calore. Crown è roccia corrosa dal suono. È Set, il demone/serpente che domina il Mondo – e concept dell’intero album –, strisciando fra possessione e schiavitù, sulle maglie del suono.

Deadsmoke – S/t

Deadsmoke – S/t

Un suono profondo e sporco che nella sua pesantezza lascia intravedere tutte quelle influenze che i nostri giostrano magistralmente come una band consumata. Nel tempo, relativamente breve di 30 minuti, i Deadsmoke condensano un prodotto che possiede il doppio del peso atomico dell’uranio.

Mogwai – Atomic

Mogwai – Atomic

Costruito interamente su filmati di repertorio, e concentrandosi tanto sulla meraviglia scientifica della fusione nucleare quanto sull’ apocalittico pericolo della Guerra Fredda, il documentario si rivela così essere un fertile catalizzatore per i post-rockers di Glasgow, che mescolano la trazione d’assalto del rock all’azione meditativa della drone-music, dando vita a una apocalittica tensione musicale da incubo post-moderno.

Muschio – Zeda

Muschio – Zeda

l nuovo Zeda mantiene la barra dritta in merito ad una ricerca che si svolge prevalentemente in veste strumentale, ma che risulta capace di edificare melodie nell’intento di far entrare l’ascoltatore all’interno di questo microcosmo.

Nevermen – 
S/t

Nevermen – 
S/t

Incalzante, apparentemente facile ma ricco di virgole e punteggiature. Dettagli che, paradossalmente, sono e divengono la chiave di lettura di un album non fondamentale ma sicuramente godibile. Dove il gioco di richiami al passato pattoniano (ma non solo) porta l’ascoltatore (NON ignaro) a doversi alzare più volte dalla poltrona dove è comodamente seduto per rimettere il disco dall’inizio. 
Qualsiasi cosa Mike Patton abbia voluto dire con questo side-project è cosa buona e giusta. Noi lasciamoglielo pure dire.

The Coathangers – Nosebleed Weekend

The Coathangers – Nosebleed Weekend

Gli amanti del genere sicuramente apprezzeranno la grinta delle tre ragazze, i brani tirati e i testi aggressivi; sapranno cosa ascoltare durante le tiepidi giornate primaverili. A chi si troverà ad affrontare questo genere senza “precauzioni” alcune cose potrebbero risultare troppo ripetitive e semplicistiche, ma questo è il bello.

Santana – Santana IV

Santana – Santana IV

Ecco, la speranza è che questo lavoro rappresenti l’inizio di una nuova collaborazione proficua; questo perché Santana ha bisogno di uscire dal campetto commerciale nel quale si era confinato negli ultimi anni e ritrovare, come qui in parte già accade, quel sapore ancestrale per la chitarra rock che tanto fece innamorare quando esordì sul palcoscenico del rock mondiale.

John Carpenter – Lost Themes II

John Carpenter – Lost Themes II

Difficile non edificare mondi, seppur mentali, durante brani come: “Distant Dream”, “White Pulse” o “Persia Rising”. Un sound acuminato, diretto, ma che sembra in certi passaggi privo di quegli scossoni capaci di ricollegare immediatamente l’ascoltatore alle dinamiche, all’urgenza dell’opera di Carpenter.

Charles Bradley – Changes

Charles Bradley – Changes

Questa terza prova conferma Charles Bradley come un novello James Brown catapultato ai giorni nostri direttamente dal boom della musica nera degli anni sessanta. Eccolo allora farsi largo con classe cristallina e suono di pregio attraverso le generazioni, sicuro della propria cifra stilistica. Un sound così caldo, immediato, destinato a durare tra le mura portanti della musica contemporanea.