Recensioni

Whores – Gold

Whores – Gold

Un bidone della spazzatura come artwork, ed un pensiero à la Théodule-Armand Ribot per analizzare la scomparsa ci certa poesia vitale dall’animo umano. La voce martellante di Cristian Lembach, potente e atrofizzata dall’urlo di condanna, declama verità più taglienti di un bisturi. Riflesso vocale che si incastra e rimbalza in una sessione ritmica incessante, con Donnie Adkinson (batteria) quasi a dirigere le urla e le corde di Casey Maxwell (basso) verso il disastro. Un Power trio che si è minato il cervello ascoltando incessantemente band del calibro di Unsane, Melvins e Jesus Lizard, restituendoci un Frankenstein sonoro di sicuro impatto.

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Corners

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Corners

Un perfetto connubio fra Rock e modernità: da una parte la splendida rielaborazione di un passato glorioso, dall’altra l’utilizzo della tecnologia per promuoverlo. Perché se la band è ormai resident all’SXSW, e al CMJ (New York), se le Slits li adorano, se “The Architects of Despair” (da “Be Yr Own Shit”) è finita nella colonna sonora di “Hated” (Lee Madsen, 2012), e “Whispers” di una nuova serie in arrivo per la BBC, fidatevi non è un caso. Un’esperienza da mandare a memoria per buona parte delle nostre formazioni, ed un disco, quest’ultimo, capace di monopolizzare i vostri dispositivi almeno fino all’arrivo della bella stagione.

Human Colonies – Big Domino Vortex

Human Colonies – Big Domino Vortex

Dalla doppietta d’ingresso Sirio/Big Domino Vortex – deliziosamente calligrafica nei confronti di certe dinamiche à la My Bloody Valentine (ultime cose), ma mai deprecabile –, passando attraverso il malinconico intermezzo “post” (Hardcore) di “Vesuvius”, si arriva belli corroborati ad un nucleo compositivo dalle radici totalmente immerse in quella palude di suoni distorti che videro come protagonisti gli alfieri del Noise.

Austra – Future Politics

Austra – Future Politics

Stilettate dal taglio profondo che causano ferite sgocciolanti – sul tappeto elettronico. “The future belongs to those who prepare for it today” diceva Malcom X, e il progetto Austra vuole partire da subito. Economia rinnovabile e Grimes, possibili soluzioni ad un destino apocalittico in salsa Massive Attack ed una storia d’amore. Quella con Alice Wilder – la compagna di Katie al momento della registrazione, e tecnico del suono in sede live. Un legame strettissimo che permise alla nostra di esprimere in maniera molto più profonda il concetto alla base del nuovo album, restituendoci con gli interessi un’artista di tutto rispetto, che forse dopo un esordio importante, ed una gavetta sul campo – fatta anche di concerti non sempre all’altezza, ma è così che si fa –, cercava nuovi stimoli per fare il salto successivo. Brava Katie.

Japandroids – “Near to the Wild Heart of Life”

Japandroids – “Near to the Wild Heart of Life”

“Near to the Wild Heart of Life” segna un cambiamento ma non troppo, è la metafora dei trentenni, giovani ma maturi. Volendo essere seriosi e vecchi si potrebbe riassumere in una sola espressione: divertirsi con moderazione. Un’ottima colonna sonora per chi si alza al mattino dopo l’ultimo “hangover” promettendo di non bere più, per chi decide di essere se stesso senza eccessi di gioventù, di fare l’adulto.
In realtà, come sempre accade, mentiamo a noi stessi, la sbronza è sempre dietro l’angolo e l’impressione è che i Japandroids lo sappiano bene.

Joan Of Arc – He’s Got The Whole This Land is Your Land in His Hands

Joan Of Arc – He’s Got The Whole This Land is Your Land in His Hands

Così, ecco il ritorno di fiamma per l’elettronica, qui utilizzata con parsimonia in modo da esaltare le qualità compositive del gruppo. I Joan Of Arc di “He’s Got The Whole This Land is Your Land in His Hands” ci ricordano – se ce ne fosse bisogno – di come fin dagli anni novanta siano stati seminali per le nuove band di genere. Su tutte segnaliamo: “Cha Cha Cha Chakra”, “Never Wintersbone you” e la finale “Ta Ta Terrorsdrome” – che suona come un mantra sognante. Insomma, davvero un buon album. Avanti su questa strada.

Baustelle – L’Amore e la Violenza

Baustelle – L’Amore e la Violenza

“Tu non sai che peso ha questa musica leggera”, così canta(va) Gianni Morandi nella sua hit “Uno su mille” del 1985. Pezzo che segnò il suo ritorno sulle scene in pompa magna. Però, se stiamo qui, è per parlare di ben altro ritorno. Quello dei Baustelle da Montepulciano.

AFI – The Blood Album

AFI – The Blood Album

Insomma, il nuovo “The Blood Album” ci è stato presentato come un ritorno all’oscurità passata ed introdotto da una serie di teaser criptici che neanche Lynch. Il risultato però, sebbene presenti qualche linea di basso rubacchiata qua e là dalla sterminata discografia Dark-Wave degli eighties, rimane mediocre. Non tanto per l’esecuzione in sé, quanto per la riproposizione ormai stantia di un modus operandi che sembra puntare perennemente verso certa pulizia radiofonica made in U.S.A. L’Emo di ultima generazione non va più di moda, ed i ragazzini di oggi se si tagliano le vene lo fanno in diretta streaming, su facebook.

Danubio – Danubio

Danubio – Danubio

In un certo senso non è che sia cambiato granché, è solo che dobbiamo scegliere cosa ascoltare in base al tempo che abbiamo. Mentre i vecchi cantautori diventano dei “classici” l’originalità è oggi spesso una battaglia persa, e lo sforzo a conseguirla va generalmente a discapito sia della forma che del contenuto. E la tradizione cos’è? E chi lo sa, però qualcuno la cerca ovunque, persino in Calcutta, in una linea retta che porterebbe indietro indietro, fino a De Gregori. L’ho letto da qualche parte. Mah, sarà. Intanto teniamo d’occhio i Danubio.

Ono – Colonie

Ono – Colonie

Quello degli Ono è un racconto d’infanzia, appendice di Salsedine; non credete loro se vi dicono che è la solita “menata sul mare”. Diciamo una piccola collezione di quattro episodi di chi sulle rive ci è cresciuto.

The Flaming Lips – Oczy Mlody

The Flaming Lips – Oczy Mlody

Insomma, gli scenari bislacchi di certo non mancano: unicorni, galassie in cui sprofondare, rane e mille altre figure tipiche dei sogni allucinogeni a cui ci hanno abituato in passato. Forse, concentrare questo vulcano di intuizioni riducendo il numero di manifestazioni scoppiettanti gioverebbe al risultato finale.

The XX – I See You

The XX – I See You

La via di fuga in verticale rappresentata da I See You è frutto di tanti fattori. Primariamente è frutto della padronanza dell’uso dei samples che diventano l’impasto di base e non accessorio di canzoni fatte e finite. Si prenda a proposito “Lips” che macina superbamente la glaciale e straniante “Just” usata da Sorrentino in Youth. I See You è anche frutto di quell’evoluzione del rapporto umano che vuole i tre in perfetta contiguità anche oggi che sono riconoscibili singolarmente.

The Monsters – M

The Monsters – M

Benché la fogna vena compositiva dei nostri sgorghi da più di trent’anni, nessuno si sogni un calo d’intensità nel getto di pattume fuzz che la band del reverendo è in grado di vomitare. Ancora vestiti con le loro felpe nerdy dalla grande “M”, a cinque anni dall’ultimo “…Pop Yours!” tornano con un nuovo deflagrante capitolo.

Santamuerte – Big Black Sister

Santamuerte – Big Black Sister

L’esordio su lunga distanza “Big Black Sister” porta dunque a maturazione un’estetica che gioca con la sporcizia Garage innestandola all’interno di un muro chitarristico talvolta riconducibile a quelle band che lasciarono liberamente germogliare il seme del Punk nella scena mondiale. “Frank Abbagnale” è limpido Garage-Psych, “Celebrity Party” un assalto all’arma bianca. Se amate la scena, i Santamuerte potrebbero diventare una delle vostre band di riferimento nel contesto nostrano.