Recensioni

The Sade – Grave

The Sade – Grave

I The Sade arrivano al cosiddetto lavoro della maturità – il terzo dopo l’ottimo II –, addensando la massa malefica insita nei propri riferimenti, proponendoci così la summa di un percorso cominciato nel 2011 con il primo e fortunato “Damned Love” – ai tempi disco del mese anche per una rivista specializzata americana. Con il nuovo Grave siamo alla resa dei conti. Di quelle da dentro o fuori, da sparatoria all’Ok Corral – a proposito, vi sareste mai immaginati dal power trio padovano un pezzo in salsa Western così riuscito come “Coachmen”? –, ed i nostri non mancano la pistolettata vincente al cuore di chi li ha sempre seguiti con interesse.

New Found Glory – Makes Me Sick

New Found Glory – Makes Me Sick

Mezz’ora abbondante condita addirittura da un accenno di synth (“Happy Being Miserable”) e di musica calypso (“The Sound of two Voices”): ma questo solo perché i nostri sono ormai over-40 e hanno allargato un po’ i loro orizzonti. “Blurred Vision” non stonerebbe all’interno di un album dei Paramore o di Avril Lavigne. “Say it don’t Spray it” sembra addirittura manifestare dissenso nei confronti di chi si combatte a suon di graffiti. Un improbabile manifesto anti-bombing di una generazione ripulita che si è ormai lavata le mani dalla vernice delle bombolette? Quindi, tornano al quesito di cui sopra: ha senso suonare pop-punk a 40 anni? Inutile trovare una risposta, meglio far ripartire l’album dall’inizio.

Gorillaz – Humanz

Gorillaz – Humanz

Damon Albarn è un uomo intelligente. Un individuo particolarmente brillante, scaltro, acuto, ricettivo, simbiotico verso ciò che lo circonda, che vive manifestandosi al di fuori del proprio eco-spazio. Ché nel tempo ha saputo costruirsi una precisa immagine, indossarne i panni di personaggio-simbolo per una intera generazione, e alla fine abbattere tutto e ripartire con ingegno e inventiva usando altri travestimenti creativi. Un super eroe della Lego, bizzarro e simpatico. Un folletto mattonato e multi-colore che, agli inizi dei Novanta, partiva in compagnia dei Blur alla conquista del regno Brit Pop per poi abdicare alla volta di una fantasmagorica “grande fuga”: divenendo così una delle figure più importanti e autorevoli di tutto il panorama rock mondiale.

Mark Lanegan Band – Gargoyle

Mark Lanegan Band – Gargoyle

Gargoyle è un album che conserva il taglio formale ben definito di Lanegan, ed il mestiere di chi punta a valorizzare le proprie e imprescindibili qualità vocali; forse un po’ a discapito dell’aspetto autoriale. Un disco che si muove tra albori e tenebre, metà demone e metà angelo.

Splashh – Waiting For A Lifetime

Splashh – Waiting For A Lifetime

La genesi del nuovo “Waiting For A Lifetime” risale a pochi mesi dopo l’uscita di “Comfort” e porta in dote tutta una serie di influenze finora inedite per la band. Sasha (Voce) vola da Toto (Chitarra) a New York e lì gettano le basi di un lavoro – poi rielaborate in un dialogo a distanza londinese – che con brani come “Look Down To Turn Away” (Suicide e Depeche Mode sugli scudi) sembra spostarsi su altri lidi. Lo scheletro compositivo della band non è stato stato smantellato del tutto, (vedi l’opener “Rings”) sicuramente possiamo dire addio a quella sensazione estatica che rappresentava il pezzo forte dell’esordio.

Negazione – Lo Spirito Continua

Negazione – Lo Spirito Continua

Parliamo di un racconto coraggioso sull’animo umano, che sottintende la presenza di una parte nera che si muove velocemente facendo strani e sinistri sfrigolii al passaggio. Un’ombra che si nutre della disperazione, una piccola minaccia in un tempo sbagliato. Il fuoco amico che si alza in cielo quando tutto sembra perduto e state per auto infliggervi il colpo di grazia. È il rigurgito dell’animo oscuro che risiede in ognuno di noi: un attacco di panico in piena regola.

Woods – Love Is Love

Woods – Love Is Love

Love Is Love rappresenta dunque la telecronaca minuto per minuto degli accadimenti, non priva di passaggi scuri ma votata ad un deciso risvolto speranzoso. Un vademecum sulla meditazione moderna potremmo definirlo, che porta con sé tutte le imperfezioni (talvolta pregevoli) dei lavori costruiti di getto.

Colin Stetson – All This I Do For Glory

Colin Stetson – All This I Do For Glory

Il sassofonista statunitense torna con il primo disco solista dal 2013, intitolato “All This I Do For Glory”. E la gloria non manca a Stetson, considerato uno dei migliori musicisti in circolazione e con alle spalle centinaia di collaborazioni, tra le quali compaiono artisti del calibro di: Godspeed You!Black Emperor, Arcade Fire, Bon Iver e Tom Waits. Esponente di spicco dell’Avant Jazz, i suoi dischi sono perle di genere, vere e proprie testimonianze della simbiosi tra uomo e strumento.

Converge – Jane Live

Converge – Jane Live

Immaginate la potenza dell’album, il suo strato graffiante e dolente e aggiungetevi tutto quello che hanno guadagnato ora i Converge e che all’epoca non avevano: una pienezza di suono incredibile, una carica esagerata, le potenti tonalità medio-basse, il registro poliedrico nella sua drammaticità di Bannon: la sensazione di aver perso una delle più grandi performance musicali, live, della vita.

Thurston Moore – Rock’n’roll Consciousness

Thurston Moore – Rock’n’roll Consciousness

A 57 anni il nostro continua a fare musica perché ne sente il bisogno, ormai smarcatosi dalla foga dell’incidere continuativamente per alleviare un bisogno comunicativo impellente. Sceglie per questo “Rock’n’roll Consciousness” un approccio più meditativo, impiegando due anni per la gestazione e neanche una settimana per l’incisione in studio – parliamo del Church di Londra, un ex chiesa con attrezzatura volutamente retrò dove incisero Dylan, i Rolling Stones, ed i Pink Floyd.

Diamanda Galàs – All The Way / At Saint Thomas The Apostle Harlem

Diamanda Galàs – All The Way / At Saint Thomas The Apostle Harlem

All The Way ed At Saint Thomas The Apostle Harlem non sono forse da considerarsi i dischi cardine dalla discografia della Galàs, ma sanno comunque custodire segreti sonori e libertà compositive ugualmente affascinanti. Resta la potente carica espressiva e la forza interpretativa di un’artista che, anche nei toni minori della sua vita musicale, stupisce per empatia e per la capacità di scalfire, con la sua voce, nuova vita significante a qualsivoglia contesto sonoro. Diamanda Galàs traghetta così l’ascoltatore tra morte e tradizione, all’interno di un nero universo semantico che si apre alla vulnerabilità più abissale dell’animo umano trasfigurato in parole e musica.

The Vacant Lots – Endless Night

The Vacant Lots – Endless Night

E’ un buon periodo per la musica che ci piace; meglio, per la rimodulazione credibile di svariati stilemi consolidati. Dopo l’esplosione di carattere Neo-Psichedelico che ha visto (e vede) come vessilliferi Black Angels e Tame Impala, il disfacimento inesorabile del bubblegum Indie-Pop, il ritorno del Folk di ricerca (su come sembrare Nick Drake ma col sorriso) e l’imperitura Dark-Wave che sbuca da ogni angolo masticata da sempre più improvvisati Ian Curtis (pace all’anima sua) di periferia; ecco, dopo tutto questo, un disco come Endless Night può tornare utile per ristabilire gli equilibri, senza per questo prendersi dannatamente sul serio.

Thundercat – Drunk

Thundercat – Drunk

Ventitré pillole per quasi un’ora di sballante e psichedelico viaggio; è quello che farete grazie a “Drunk” Stephen Bruner aka Thundercat. Gli ultimi a cui è giunto alle orecchie ringraziano ancora Flying Lotus il quale, un paio d’anni fa, è stato il pretesto per riscoprire un certo tipo di Jazz moderno, elettronico, caldo ma digitale: e tutti sappiamo quanto abbia pescato da gente come Kamasi Washington e Thundercat appunto.

Kendrick Lamar – Damn

Kendrick Lamar – Damn

Quattordici titoli brevi ed incisivi, sui quali l’autore fa un’accurata autoanalisi, una corsa contro il tempo, un’urgenza che si traduce in opere d’arte brucianti con un reale scopo. Forti le tematiche Bibliche e Politiche, le citazioni del Vecchio Testamento quanto la lotta contro il nuovo potere Americano.