Recensioni

The Pop Group – Citizen Zombie

The Pop Group – Citizen Zombie

“Citizen Zombie”. Un ossimoro. Solo in apparenza. Cittadino, abitante, residente. Morto vivente. Il baffone, in prima pagina, domina la scena, puntandoci l’indice contro, quasi come lo Zio Sam. Sembra dirci: “I Want You!”. Un esempio tardivo di Pop Art? Ad ogni modo, il messaggio è forte e chiaro: il totalitarismo non è morto, ha solo cambiato stilista. E balla al ritmo di “Box 9″.

Michele Maraglino – Canzoni Contro la Comodità

Michele Maraglino – Canzoni Contro la Comodità

E sebbene i paragoni con qualcun altro, tra cui uno già citato, qua e là indubbiamente fiocchino, c’è comunque della personalità che riesce sempre a sterzare dal già sentito e dal già visto ogniqualvolta l’incidente sembrerebbe inevitabile. Bel lavoro, che dimostra anche la perizia acquisita da Rotella in veste di arrangiatore.

Screaming Females – Rose Mountain

Screaming Females – Rose Mountain

Nell’iPod dei futuri bulli e nei cervelli di quelli passati, Rose Mountain rappresenta un ritorno verso casa. Anzi, verso l’idea comune di casa. Una dinamica piuttosto appagante per chi ha vissuto per anni da outsider ed oggi depone le armi in favore di un altro cerchio chiuso.

Linea 77 – Oh!

Linea 77 – Oh!

In termini di compattezza, di energia, e di efficacia delle liriche, “Oh!” è probabilmente il miglior album mai pubblicato dalla band. Il mio unico auspicio è che la ricetta, che prevede uno spoken-word indiavolato, alternato a parti più melodiche, sorretto da un punk ibridato col rock e col metal, non smarrisca definitivamente lo spirito transgender di un disco come “Numb”

Sycamore Age – Perfect Laughter

Sycamore Age – Perfect Laughter

Un disco italiano ad alto respiro internazionale che si merita ampiamente i 4 fulmini su 5 di Rocklab, e che si pone fin da subito come una delle più interessanti produzioni italiane di questo 2015. Sia per la qualità compositiva che per la ricerca sonora che i Sycamore Age hanno finora intrapreso.

Colapesce – Egomostro

Colapesce – Egomostro

Si vola sempre abbastanza in alto con questo secondo disco di Colapesce e il bilancio non può che essere positivo. C’è forse un po’ troppa maniera che in certi episodi finisce per appesantire il discorso, ma il tenore del lavoro si mantiene sempre su livelli egregi. Colapesce conferma di avere una spiccata personalità e grande talento, e se riuscirà nel tempo a sbrigliarlo dall’egomostro e dalle aspettative ansiogene che esso porta con sè, non potremo far altro che ringraziarlo. Se poi questo non è un difetto incidentale del disco, ma esattamente il suo intento finale, c’è riuscito benissimo.

Percussions – 2011 Until 2014

Percussions – 2011 Until 2014

Hebden si muove libero da sovrastrutture; evoca il London sound direttamente dalle mani di Jack Dunning aka Untold, per poi campionare foreste cinguettanti e percussioni Africane “Bird Songs, October 2011″. In evidente stato di grazia, riesce nell’intento di coniugare certa fluida sinteticità Bristoliana con le speziate fragranze provenienti dal sud del mondo. Lo fa mantenendosi nella penombra, senza smarcarsi mai dal proprio status volutamente underground.

Felpa – Paura

Felpa – Paura

Insomma, non è semplice fare un disco così, perché la noia può diventare un concetto relativo, come anche il tempo e la paura del tempo. Sono passati ben 25 anni dagli anni 90 e a dispetto delle critiche verso le retromanie – spiegatemi poi come si fa a non essere retromani Ndr -, questo disco, spiaggiato sull’isola del post-Novanta, può anche fare al caso nostro. Per noi, che veniamo da quegli anni, che siamo grandi, belli e occupati, che facciamo lavori del tipo: “sì ma non è il mio lavoro, però sai…” e che siamo orribilmente nostalgici, ogni tanto.

John Carpenter – Lost Themes

John Carpenter – Lost Themes

La tracklist è evocativa di quel paranormale a tinte dark da sempre oggetto della ricerca stilistica dell’artista. L’atmosfera che pervade l’album è inconfondibilmente Carpenteriana, ed è quasi impossibile che la musica non evochi una sequenza di immagini all’ascoltatore, immagini soggettive, a cui il disco fa da perfetta colonna sonora.

John Tejada – Signs Under Test

John Tejada – Signs Under Test

Una classe cristallina che si manifesta nei sentori a là Jon Hopkins “Two 0 One”, in certa sensibilità oscura “y 0 Why”, ed in quelle atmosfere fumose da club Londinese che permeano l’intera opera. Le pennellate di synth sono ben calibrate e sempre inclini ad un percorso “R.U.R” che serpeggia attraverso una Minimal-Techno sopraffina “Endorphins”. Oggi John Tejada è forse al massimo della propria forma espressiva, un peccato perderne le tracce.