| Acquista: | Data di Uscita: | Etichetta: | Sito: | Voto: (da 1 a 5) |
| 6 Ottobre 2017 | Loma Vista Recordings | marilynmanson.com | ![]() |
“Questo disco è importante nello schema delle cose che devono succedere, non perché devo salvare il mondo e nemmeno perché non me ne frega niente. Per trovare questo equilibrio mi sono davvero dovuto superare“. M.M
Ad ascoltare il nuovo album, Brian Warner in arte Marilyn Manson sembra non aver trovato nessun equilibrio, ne tanto meno aver raggiunto chissà quale superamento. Uno spettacolo già visto, in cui i trucchi da mago cattivo vengono presentati come da copione: la voce scorticata e ridotta a canto funebre, le chitarre strozzate dai synth, i ritmi impazziti. E ovviamente l’immancabile produzione curata fino all’ultimo orpello da Tyler Bates – chitarrista della band e soundtracker di grido già collaudato per “Grindhouse” di Tarantino – che qui ha il compito di diluire certe lacune creative affogandole dentro un suono patinato e graffiante, potente ed accattivante.
Poi ecco il colpo di scena, il vero ‘senza trucco ma con inganno’, inscenato attraverso l’uso delle metriche à la Bauhaus – l’ingannevole dark-goth ottantino di “Saturnalia”, che assume in parte le sembianze di “Bela Lugosi’s Dead” – per poi scivolare dentro un tunnel alla volta dell’Underworld-pensiero. Del resto, a disco quasi finito si ricomincia dall’inizio con imprevisti spunti di riflessione.
Manson sigla con l’inganno un legame unico tra attore e spettatore, una patto di complicità che si dipana attraverso una storia in cui NOI siamo interpreti passivi delle sue malefatte, mentre LUI agisce indisturbato. È quello che accade nel promo-video di “We know where you fucking live” – un pulp movie di serie Z, scandito da basi tribali pompate sui binari metal-industrial dei Ministry – in cui manomette lo stato degli equilibri: il Reverendo dirotta una mandria indemoniata composta da suore sadomaso armate fino ai denti che, priva di controllo, irrompe seminando disordine e terrore nella vita di una famiglia qualunque. Alla ricerca di una via di fuga.
Ancora una volta, la grande fuga (e truffa) del rock n’roll è inscenata – nel video come in questo album – che funziona anche, ma non quadra del tutto. Musicalmente parlando “Heaven Upside Down” azzera il ‘testo’ mansoniano riportandolo alle origini. Sommariamente è chiara l’urgenza post-metal di “Portrait Of American Family” (1994) che zampilla ovunque scorie di grunge saturo; evidente è la presenza degli anthem monolitici post-industrial/neo-dark di “Antichrist Superstar” (1996); e non meno le gommose gelatine glammy di “Mechanical Animals” (1998).
“E’ un album violento per certi versi. Non vedo l’ora che le persone lo ascoltino, penso che saranno molto sorprese dal risultato finale“.
Più volte annunciato col titolo di “Say10” e inizialmente pretestuoso di denuncia nei confronti delle recenti presidenziali americane, “Heaven Upside Down” cannibalizza invece il suo ingegno dall’interno e nel modo più schietto e doloroso, affronta cioè il tema della ‘perdita’ prendendo spunto dalla morte del padre Hugh Warner. Attraverso dieci brani pregni di forza e violenza, carisma e glam affogato nella distilleria electro-pop ottantina.
La già citata “Saturnalia” – ispirata proprio da quella perdita e musicalmente vicino a certe cose dei The Cure – merita ben oltre un ascolto fugace. Ponendosi come cardine nevralgico di tutto il disco: la morte in essa descritta rilascia tracce in numerosi riferimenti mitologici, in particolare, nel transito astrologico di Saturno, l’eclissi solare statunitense del 2017 e il mito di “Saturn” che divorava i propri figli.
Si fanno notare, e non poco, anche il macabro gospel “Tattooed in reverse” (con al centro un improvviso innesto rave), la ruffiana mangia classifiche “Kill4Me” dall’andamento funky-house che rimanda all’electro-pop dei Soft Cell; e la romantica “Blood honey” che muove nei confronti dei Depeche Mode.
La semplicità in “Heaven Upside Down” – per contenuti e durata – paga e bene, rendendo più fruibile ogni singola mossa in esso contenuta: anche se va ricordato che il risultato finale regalerà poche sorprese anche se di ottima fattura.
In questo momento Brian Warner è in ospedale, travolto lo scorso weekend dalla stessa inscenata che invece di immortalarlo ad anti-icona rock lo stava per uccidere – sul palco del Manhattan Center Hammerstein Ballroom di New York. Ironia della sorte a parte, a lui facciamo i migliori auguri di pronta guarigione.






