Seedling
Ma poi, che cos’è di preciso una ‘torch song’? “Canzone d’amor perduto ma indimenticato”, per farla breve, che deve le origini al blues e la forma alle voci del primo jazz. Ammesso e non concesso che si possa parlare di una ‘forma’ convenzionale, dato che quello del cuor dolente è un sentire universale che ognuno è libero di declinare alla propria maniera. Da qui il successo duraturo del genere – buono per ogni stagione – e dei suoi interpreti, o almeno di quelli che hanno saputo mallearlo secondo personalità. Marc Almond, solo per rendere l’idea, è uno di loro. Antony Hegarty colui che è riuscito a traghettare la cosa in tempi più recenti: una vera e propria croce per uno come Scott Matthew, che sconta i pochi anni di colpevole ritardo ritrovando il nome del ‘rivale’ in qualsiasi recensione che dovrebbe parlare di lui. Compresa questa.
Ecco, Matthew è un tantino meno integralista: ha anche lui un’idea precisa di torch song e della ‘canzone teatrale’ – più orientata al folk che non alla grand’operà – ma ai momenti da cuore infranto accosta anche qualche passaggio meno ‘impegnativo’. Il suo belcanto non è l’eterno pianto greco di Antony: si avvicina di più all’uso che fa della voce il crooner esperto, quello che sa sussurrare, supplicare, piagnucolare, ridere e poi subito tornare languido. Insomma, tutti i registri tornano buoni per intortarsi la bella di turno, e qui il titolare di ‘Gallantry’s Favorite son’ compie decisi passi verso le movenze del ‘supper club singer’ – cantante da ricevimento, da pianobar se preferite. Il sospetto è che dietro una posa da autore sensibile e solitario si nasconda un entertainer altrettanto valido, che fa capolino quando canta le canzoni di compleanno a Felicity o ipotizza storie romantiche nell’aldilà (Sweet kiss of afterlife): i concetti di ballata spezzacuore e lento strappamutande non sono mai stati tanto vicini.