Audio: ottimo. Considerato che gli strumenti in gioco sono sempre e solo due, ovvero voce e strumento, il set non mette in gravi difficoltà l’acustica del locale. Godibile e calda la voce, ricca di sfumature, espressiva e precisa al contempo, prende autorevolmente il centro della scena, lasciando ad un pianoforte suonato con stile, e ad una chitarra acustica un po’ più jingle-jangle (“like Jonny Greenwood!” scherza dopo un assolo raffazzonato) il compito di fare il resto. Il risultato è godibile e divertentissimo, mai noioso o sottotono grazie alla scrittura accattivante dei brani e all’innata verve cabarettistica del Nostro.
Setlist: praticamente un Best Of per i fan di lungo corso, più i brani dell’ultimo disco.
Momento Migliore: memorabile l’handclapping richiesto al pubblico su Indie Disco “e ora cercate di tenere il ritmo per tre minuti” scherza Neil, e il pubblico esegue, a click, perfetto e impeccabile. Con una costanza che solo l’affetto può motivare.
Pubblico: la sala non è stracolma, ma quelli che ci sono contano ciascuno per dieci e fanno sentire il proprio calore. Un pubblico adorante, partecipa, canta sottovoce, quasi a non voler rovinare la magia. Da parte sua Neil Hannon trasforma il set in un continuo dialogo col pubblico, un botta e risposta affettuoso di chi sa di avere il cuore in pugno di chi lo è venuto ad ascoltare. Ammicca, parla, scherza, chiede interazione e feedback in più di un’occasione, e il pubblico interagisce anche quando non è richiesto, completando addirittura i brani, ricordando le strofe che Neil finge (o meno) di dimenticare, aggiungendo i controcori (giuro) e fischiettando il tema del brano quando un accesso di tosse incrina la voce di Neil. Affezione pura.
Chapeau e applausi, anche di Neil che divertito esclama un “Phew, mi hai salvato in corner”. Bravò! Bravò!
Conclusione: come ha esclamato un conoscente a fine concerto – certo avrebbe meritato molto più successo di quello che ha avuto!
Foto di Emanuele Severoni