Questa rubrica nasce come una galleria degli incidenti più clamorosi in cui mi sono imbattuto.
Li condividerò con tutti i lettori di Rocklab, perchè “ci sono più cose assurde nell’industria discografica, Ed Wood, di quante può sognarne la tua filmografia”.
Si sa: per le superstar ammanicate con i circuiti discografici giusti – quei mida che riescono a trasformare qualsiasi cosa sfiorino in dischi d’oro e di platino – la carriera è una bella pacchia. Neanche il tempo di scalare la vetta delle emittenti radiofoniche che la celebrità dilaga, iconica, irresistibile e tentacolare, in tutte le direzioni consentite dalla società dello spettacolo. E’ una storia vecchia almeno quanto le prime (boy)band responsabili d’aver sdoganato il rock alle grandi platee, annacquandone il potenziale eversivo (Beatles docet): se sei all’apice del successo il mondo discografico non ti basta più, cerchi una consacrazione pop che sia assoluta, totalizzante, fino a lambire argini mediatici e commerciali agli antipodi di quello d’origine. Innumerevoli sono, dagli anni ’50 ad oggi, le rockstar che hanno tentato con alterne fortune un percorso parallelo nel mondo del cinema: senza scomodare Who e Pink Floyd, alfieri della multimedialità audiovisiva, basti pensare al cosiddetto re del pop Michael Jackson, e al film Moonwalker, uscito in piena ubriacatura kitsch ‘80s.
David Hasselhoff
Pescando in quel ricettacolo di abominazioni pop che furono gli Usa reaganiani, tutti coloro che hanno oltrepassato i vent’anni ricorderanno con un mix di imbarazzo e nostalgia Supercar, la serie televisiva che sancì il successo planetario di David “ricciolo ardimentoso” Hasselhoff, suo interprete principale; sono pronto a scommettere, però, che ben pochi di voi potrebbero sospettare un’effimera carriera musicale del suddetto energumeno, risalente al biennio ’85 -’86.
Dopo un primo album di scialbo e pacchiano AOR (Adulterated Oratorio Rock), che non possiede neanche la giusta verve trash per essere menzionato in questa sede, Hasselhoff rilascia un singolo che è impossibile non “trapassare” ai posteri: Crazy for You.
Se pensavate che Robert Halford (leggendario frontman della heavy metal band Judas Priest, omosessuale conclamato nonché inventore del look metallaro a base di attillatissimi vestitini di borchie e latex) fosse il centauro più gaio del mondo, date un’occhiata al video della canzone e vi si schiuderanno nuovi, impensabili orizzonti.
Jump in my car
Reduce dallo strepitoso successo ottenuto con Baywatch, Hasselhoff ritorna con un nuovo scoppiettante singolo dopo ben 4 lustri di silenzio discografico, un po’ per ironizzare sulla propria immagine di sex symbol stagionato, un po’, forse, per espiare l’ambiguità di certi trascorsi da musicista.
Nella sua nuova incarnazione, il bagnino più celebre del mondo cerca di tampinare tre giovani e procaci fanciulle offrendosi maliziosamente di accompagnarle a casa a bordo della supercar(iatide) KITT, riesumata da qualche impolverato set televisivo. Non vi sottrarrò il piacere di questa inqualificabile visione con un pugno di sterili considerazioni; invito solo gli astanti ad un parallelo tra quanto si vede in “Jump in my car” ed il rude video della hit di George Thorogood “I Drink Alone”, con particolare riguardo al finale.
Mr. T – Treat your mother right
Tra i grandi classici della cultura pop anni ’80 è impossibile tralasciare i wrestler di culto riconvertiti alle penose sceneggiate formato famiglia. Laddove personaggi come Hulk Hogan sferrano un micidiale big boot ad un genere di commedia adolescenziale già agonizzante di suo, il colossale Mr. t (famosissimo per il ruolo di B.A. Baracus nel telefilm A-Team ) preferisce tentare la sdrucciolevole strada del divertissment discografico con la pubblicazione dell’album “Mr T. Commandments” (1984). Il pezzo che segue, scritto nientepopodimenochè dal rapper Ice-T per l’amico attore, è estrapolato proprio da lì:
Christopher Lee
L’impronta del fenomenale duo – androgina, viziosa e trasgressiva – è in effetti inconfondibile:
A questo punto vi domanderete: che attinenza ha un personaggio dal passato così fulgido con una rubrica come questa? E’ presto detto: nel 2004, reduce dalla sua interpretazione di Saruman nel signore degli anelli, Christopher Lee accetta di collaborare con l’italianissima Hollywood Cristina D’avena’s power metal band “Rhapsody of Fire”, famigerata per i suoi video musicali brulicanti di barbari sardi armati di spadine in Domopak, demonesse cubiste ed effetti speciali realizzati con lo spectrum. Il pezzo incriminato si trova sull’Ep The Dark Secret, in cui Lee si limita a fornire la sua ugola solenne per qualche spoken-word di contorno. Poco più che una comparsata, dunque, ma sufficiente per folgorare la mente ormai tarlata dalla demenza senile del grande cantattore, le cui pessime frequentazioni alla pummarola si rivelano fondamentali per un progetto musicale fortemente voluto e sentito: Charlemagne.
Pare che dopo una minuziosa analisi a ritroso del proprio albero genealogico, il prode Lee abbia scoperto di essere uno degli ultimi discendenti in vita del leggendario Carlo Magno. Per tributare un omaggio alle proprie radici, il nobile auriga decide allora di pubblicare un epico concept album guerresco sulle gesta del grande imperatore. Quale miglior modo di compiere questa operazione se non ispirarsi al succitato Hollywood-metal dei ba(lo)rdi ispiratori Rhapsody of Fire? “Metal is a way of life… i have been metal for many years, only I did not know about it. Although age separates us, the people involved and I share the same values” dichiara fieramente l’istrionico Lee, battendosi il pugno sulla prostata infiammata, mentre un tamarro scapocciante alle sue spalle tenta di suonare una spada carnevalesca come se fosse una stratocaster.
Ci si augura, quantomeno, che nel momento di rilasciare quell’intervista a Kerrang non stesse pensando a Burzum.