Family tree
Cos’è che ha reso i Black Lips un gruppo di culto tra i punk kids dell’orbe terraqueo? Senza dubbio un fattore sempre più raro (e meno ricercato, verrebbe da dire, se non fosse una contraddizione) tra le rock band post 90s: il candore. Ok, risulta difficile associare un termine sì flautato ad uno scalcinatissimo manipolo di tardo adolescenti (o adolescenti tardi, fate voi) dedito a tutta quella costellazione d’attività ricreative abitualmente bollata come “condotta sociopatica”; eppure chiunque abbia ascoltato gli esordi discografici dei pestiferi sbarbatelli d’Atlanta non potrà che concordare con me quando dico che quel “flower punk” era tanto più immacolato quanto più sordido, allucinato, asprigno e corrosivo. Immaginate un GG Allin capellone.
Bene, se ci siete riusciti, immaginatelo dimenarsi nudo su un pratino verdeggiante dopo aver assunto dosi pachidermiche di lsd tagliato con stricnina… il primo impatto con “black lips!” era più o meno analogo. Roba da innescare una “reazione psicotica” in chiunque non avesse la pellaccia temprata da tonnellate di melmoso garage-punk old school.
Arabian Mountain è il disco che segna il debutto in società dei nostri amabili teppistelli, ma col contegno beffardo di chi si presenta agghindato di tutto punto ad un lussuoso party mondano e poi, non visto, ti piscia nel ponce e insidia la figliola perbene del padrone di casa. Ognuna delle 16 canzoni che compongono il platter è quasi un omaggio calligrafico a 40 anni di rock viscerale e genuino: punk pop (Bone Marrow, Raw Meat, New Direction, incalzata da un clapping gigionesco), garage d’antan (Family Tree, Bicentennial Man Modern Art, con impercettibili tintinnii di xilofono), merseybeat (Dumpster Dive, Time), psychobilly (Mad Dog, da segnalare per il gustosissimo sax randagio), jingle jangle (Spidey’s Curse), folk rock (l’ombrosa ballad The Lie). Qualcuno potrebbe lamentare, con tali premesse, un’omogeneità fin troppo marcata e alla lunga stancante o una certa furberia revivalistica connaturata alla natura stessa dell’operazione, ma a voler esser schietti, pochissime band odierne possono fregiarsi di tanta maestria nello scodellare una sfilza enciclopedica di potenziali singoli (in bilico tra Mouse & the Traps e Clash, Rolling Stones e Brian Jonestown Massacre, Beach Boys e Ramones) senza sembianze stucchevoli o anacronistiche.
Diciamolo pure: Questo è il disco dei Black Lips più riuscito dai tempi di Let it Bloom e farà la felicità di tutti coloro che amano un certo tipo di sonorità “vintage” o il semplice pop (nell’accezione più ampia del termine) profumato di cantina riverniciata.