Believer
È un ruffiano John Maus. Lo è sempre stato. Nei suoi album precedenti si poteva odorare il gusto intrinseco che si portava dietro l’americano. Un amore viscerale e non programmato, ma vissuto dentro la scatola cranica come tra i peli del corpo, verso quel mondo distorto e dilatato, onirico e oscuro, tagliente ed epilettico, che è il suono fra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, con una puntatina verso i Jesus & Mary Chain. New Wave, Krautmusik, voci basse e bassi con l’epatite. Un mood ancorato ad uno stagno in technicolor che riflette un cielo in vhs un po’ tagliuzzato.
E così, la rapidità kraftwerkiana di Streetlight, o l’incedere simil-Cure di Quantum Leap, ci trasmettono da un’antenna abbandonata nella campagna una colonna sonora personale. Reminiscenze di un’oscurità personale tenuta in un comodino in soffita. Ingenua, tenera ombra, compagna di giochi…
Dedicata ad un sospiro, ad un sussurro di voce, Believer è un crogiuolo alchemico elettronico , che avvolge una parata stellare, ipnagogica. Chiude il disco senza tagliare, senza concludere, ma solo rimandare…. Come un sogno….
o una seduta psicanalitica…
P.S: ho volontariamente omesso in questa recensione che: 1) John Maus è amico di Ariel Pink. 2) è già al terzo LP, dopo Songs (del 2006) e Love is Real (del 2007). E ora spero converrete con me, che queste non cambiano l’idea romantica che ormai avete dell’album in questione.