Profondo Rosso
Che cosa manca all’hip-hop italiano? Di cosa ha bisogno per andare oltre la sua cerchia di cultori, che ne ricantano i versi e scimmiottano le mosse manco fosse Vangelo? Cosa gli servirebbe per farsi prendere sul serio anche dagli altri ascoltatori, e, perché no, dalla stampa di settore? Solo un paio di cosette, a nostro avviso: metrica e musica. Sulla prima si espresse bene Frankie Hi Nrg (mc “colto”, e per questo tenuto ai margini della scena) quando battezzò come “derapate” la brutta abitudine dei rapper di casa nostra di “far stare le parole” anche là dove di per sè non starebbero, allungando e accorciando vocali a piacere. Quanto alla seconda, basterebbe estrarre a sorte una creatura di un Fish qualsiasi e provare ad ascoltarla senza il cantato: e questo sarebbe il Dr Dre de noantri…
“Anarchismo estetico”, dice. Ché di suonare e parlare “come si deve” se ne fregano, sono dei ribelli, loro, sa’? Ma si può davvero usare la scusa dell’artista sregolato quando poi chi da più di dieci anni fa dell’autoproduzione e dell’autogestione una militanza ti tira fuori un disco di questo rigore? Per quanto abbia da dire il decimo capitolo nella discografia degli Assalti, forse vale la pena di partire a raccontarvelo proprio dalle musiche: perché le basi di Bonnot sono tali nel senso chimico del termine, ovvero amalgamano insieme una gran quantità di elementi musicali (sostanzialmente reminiscenze dal mondo dei centri sociali, facendo la spola fra patchanke e ritmi in levare) e “reagiscono” con i testi in perfetta sincronia.
Ecco quello che manca all’hip-hop di casa nostra. Fortunatamente, non a tutto.