Try to sleep
“C’mon”, apprendevamo dietro i banchi di scuola, è un’abbreviazione gergale di “Come on”, incoraggiamento, incitazione in lingua inglese che sta per “forza, andiamo”. Più tardi, iniziando a frequentare i palcoscenici, avremmo imparato che non sempre quando qualcuno dice “c’mon” bisogna per forza “andare” da qualche parte. Anche quando era la nostra rockstar preferita a gridare “c’mon!” saliva una bella agitazione ma poi però si restava lì, fermi, come incantati. E dire che ai tempi saremmo stati disposti a seguirlo ovunque andasse…
No, seriamente ci sono altri motivi per stare dietro ai Low, e ben diversi da quelli che alimentano il culto per una rockband tradizionale. Non siamo più al minimalismo oltranzista dello scorso Drums and Guns (pochi elementi elettronici divisi sui due canali, ricordate?) ma la regola del “less is more” vale ancora. Con pochi, essenziali ingredienti si mette insieme un’altra manciata di brani memorabili: l’impianto chitarre di Alan Spahawk, sfogate a dovere nelle vicende parallele del Gospel Retribution Choir, abbassa il volume, e con la (fantastica) eccezione della serenata elettrica di Nothing But Heart ci si muove dalle coordinate di Neil Young & the Crazy Horse per avviarsi verso quelle di Crosby, Stills, Nash …e Young.
Per i Low, è un piccolo passo sulla strada che porta al traguardo di “classico”, sempre più vicino. E allora, “C’mon”, “andiamo”! In fin dei conti vale davvero la pena di seguirli, ovunque vadano.