Questa rubrica nasce come una galleria degli incidenti più clamorosi in cui mi sono imbattuto.
Li condividerò con tutti i lettori di Rocklab, perchè “ci sono più cose assurde nell’industria discografica, ed wood, di quante può sognarne la tua filmografia”.
E’ in questo contesto che ad Austin nasce un’opera seminale destinata ad assurgere a leggenda dell’acid rock: The Psychedelic Sound Of dei 13th Floor Elevators. Una colata iridiscente di urla sguaiate, deraglianti bordate garage, melodie tanto lascive e bestiali quanto ipnotiche e fiabesche, si insozza della polvere millennaria degli aridi paesaggi texani, sedimentando le basi di tutte le sperimentazioni psichedeliche a venire. I flower children metropolitani hanno trovato il sottofondo ideale alle proprie allucinate escursioni mentali.
Pensate a quanto doveva essere entusiasmante tutto ciò – i poeti beat, l’amore libero, i trip lisergici sulle sconfinate highway statunitensi, l’eversione studentesca, i concerti oceanici con alcune tra le più storiche formazioni di tutti i tempi, la nascita pressocchè quotidiana di nuove tendenze artistico-culturali, pensateci, dicevo, e poi gettate allegramente le vostre elucubrazioni nel cesso. Fatene scempio, perchè ora non siamo più negli States ma in Italia, nello stesso periodo.
Purtroppo però, anche e soprattutto a causa della pervasività ecclesiastica a tutti i livelli sociali, il rock, nella sua declinazione beat, può affermarsi e circolare solo in nicchie ristrette. Soprattutto neIl’entroterra provinciale, cantine polverose e oratori gestiti da qualche parroco progressista costituiscono gli unici spazi espressivi per giovani aspiranti urlatori. Le novità discografiche Usa\Uk sono setacciate, filtrate e infine diffuse da trasmissioni radiofoniche “controcorrente” come “Bandiera Gialla” (condotta da Arbore e Boncompagni) o da riviste musicali come Big e Ciao Amici, che però non eccedono mai i confini del politicamente corretto, limitandosi a lanciare innocue hit da classifica degli artisti internazionali più in voga (Beatles, Hollies, Aretha Franklin, Otis Redding). La scarsissima conoscenza dell’inglese da parte della stragrande maggioranza degli italiani, unita al moralismo cattolico imperante, di certo non premiano il blues sporco e selvaggio dei neri (Chuck Berry, Howlin’ Wolf), ma semmai una versione rassicurante e ancorata alla canzonetta leggera dello stesso: il Boogie-Woogie di Adriano Celentano, ritenuto perfino trasgressivo per gli standard dell’epoca.
Insomma, nell’epoca in cui la mitizzazione della rockstar si ammanta di connotazioni mistiche e metafisiche, tanto da indurre John Lennon a dichiarare, il marzo di quello stesso anno, “Il cristianesimo scomparirà. Si ridurrà e svanirà. Non occorre che lo dimostri. Io ho ragione e si vedrà che ho ragione. Adesso noi siamo più popolari di Gesù”, il beat filo-cristiano tenta di mondare il rock’n’roll dalle sue insidiose suggestioni pagano\idolatriche, in modo da ripristinare l’ordine cosmico violato.
Sforzatevi di immaginare i membri dei Bumpers al megaraduno di “Woodcross”.
Immaginateli adagiati sull’erba mentre, in un tripudio di sorrisetti benevoli e canti gregoriani, si passano in circolo ostie e pinte di acqua santa.
Immaginate il terribile wall of tears sprigionato dal concerto, il pogo di abbracci fraterni, gli amanti che si sussurrano all’orecchio, con fare impertinente, frammenti del rosario, scambiando fra loro vezzosi braccialetti di cilicio.
Immaginate tutto ciò, premetevi una mano sul cuore, volgete lo sguardo alle immensità siderali e penserete, non senza un sospiroso rammarico: perchè, Dio mio, perchè non ero presente anch’io? Buona Pasqua!