“Che bella la tristezza, dei giusti la ricchezza” (Nina Berberova). A dieci anni dall’addio ai Lift to Experience cosa ci fa lo scompigliato Josh T. Pearson appeso alle note di violino drogato di Warren Ellis? Una rimpatriata dentro un chiloom sacrificale o una fredda ammirazione nello sfoggiare chi più “sweet nichilism” ha da vendere a rialzo? La seconda domanda è quella che si potrebbe avvicinare di più a questo personaggio texano, il Josh T. Pearson che, riprendendo in mano la sua chitarra depressa, ristabilisce un contatto privilegiato con gli spettri, gli scheletri e le morti apparenti del suo IO e gli dà appuntamento dentro questo suo primo disco “Last of the country gentleman”. Un soffio magro ed un cuore grande che raccontano i rimasugli di un’anima a brandelli, di miseri resti di pensiero che fanno spola tra Hank Williams ed i figli reietti delle generazioni dell’alt-tormento.
Certo il suo è un mondo ostico, di non facile appiglio, nudo e spellato da ogni consueta forma-canzone, ma che dona il contrasto assoluto d’amore/odio, accetto/rigetto. Più che ballate, valvole aperte su cui sfiatano lamenti profondi e una chitarra persa “Thou art loosed”, “Country dumb”, “Last Of The Country Gentlemen”, aperture celestiali di confessioni soul “Drive her out” e l’arpeggio confidenziale che suona come una rivelazione “Sorry with a song”; queste otto tracce sono una specie di seduta spiritica per richiamare in vita i desolati, i dispersi e aridi eroi di una controcultura schiva, gli stessi eroi bisognosi che appartengono all’artista Texano da sempre; e come sempre, il suo modo verboso di raccontarli allontana i più, ma per chi è forte e ama una certa estetica looner-alt-folk questo è un album da carati. Se poi adulate Stranded Horse, Tiny Vipers o Mark Kozelek lo berrete tutto d’un fiato, a gozzo profondo!