Tutto è possibile, in questo grande postmodernariato che è il ventunesimo secolo: anche che il folk revival, un tempo colonna sonora del rigore e dell’impegno politico, diventi il luogo di ristoro trendy per ascoltatori compulsivi con i timpani in overdose. E se la cosiddetta “loudness war” nei volumi delle produzioni contemporanee va affievolendosi, parte del merito è anche di oasi di pace isolate, come quella dove fanno base i Fleet Foxes.
Usciva due anni fa, il loro omonimo debutto. E quanto ci era piaciuto tanto trovarci tutti quei bei bon-bon, tanto piccoli quanto perfetti. Avevamo persino finto di credere agli autori quando i raccontavano che le loro armonie vocali venivano da un lungo studio dei canti medievali (altrochè i Beach Boys e i CSN&Y che azzardavano i giornali, evidentemente disabituati a tanta semplicità). E poi c’era quel dipinto bucolico in prima pagina: che meraviglia, che purezza, che profumo d’antico…questi devono venire da una specie di Eden, una dimensione candida e immacolata, lontana mille miglia dai nostri umani travagli. Anche per questo, fino a ieri era difficile figurarseli mentre passano notti insonni a scrivere bozze e gettarle nel cestino in attesa di uno straccio di idea.
Intendiamoci, però: ancora non si viaggia così lontano da lambire il confine con il John Barleycorn dei Traffic, né così in alto da tendere la mano a Tim Buckley lo Starsailor. I titoli da soli (Helpnessess blues, Montezuma) bastano a capire che in questi solchi è ancora Neil Young a impartire lezioni, ed è una prima, buona notizia. La seconda è che i Fleet Foxes hanno messo le basi per un viaggio che potrebbe durare ancora a lungo.